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T. 2 (1771)
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CANTO DECIMOTERZO.XLVII.Pur non tornò, nè ritentando ardíoSpiar di novo le cagioni ascose.E poi che, giunto al sommo Duce, unioGli spirti alquanto e l'animo compose:Incominciò: Signor, nunzio son 10Di non credute e non credibil cose.Ciò che dicean dello spettacol feroE del suon paventoso, è tutto vero.XLVIII.Maraviglioso foco indi m'apparse,Senza materia in un istante appreso:Che sorse, e, dilatando, un muro farseParve, e d'armati mostri esser difeso.Pur vi passai: chè nè l'incendio m arse,Nè dal ferro mi fu l'andar conteso.Vernò in quel punto, ed annottò: fè il giornoE la serenità poscia ritorno.XLIX.Di più dirò; ch'agli alberi dà vitaSpirito uman che sente e che ragiona.Per prova sollo; io n'ho la voce uditaChe nel cor flebilmente anco mi suona.Stilla sangue de' tronchi ogni ferita,Quasi di molle carne abbian persona.No, no, più non potrei (vinto mi chiamoNè corteccia scorzar, nè sveller ramo.F ij

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