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T. 1 (1771)
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250 LA GERUSALEMMEXXVI.Non rimaneva in me tanta virtudeCh a discerner le cose io fossi presto;Ma vedca come quei ch or apre, or chiudeGli occhj, mezzo tra'l sonno'e l'esser desto:E'l duolo omai delle ferite crudePiù cominciava a farmisi molesto:Chè l'inaspria l'aura notturna e 'I gelo,In terra nuda e sotto aperto Cielo.XXVII.Più e più ognor s' avvicinava intantoQuel lume, e insieme un tacito bisbiglio:Sicch' a me giunse, e mi si pose accanto.Alzo allor, bench' appena, il debil ciglio,E veggio due vestiti in lungo mantoTener due faci, e dirmi sento: o figlio,Confida in quel Signor ch a' pii sovviene,E con la grazia i preghi altrui previene.XXVIII.In tal guisa parlommi; indi la mano,Benedicendo, sovra me distese:E susurrò con suon devoto e pianoVoci allor poco udite, e meno intese.Sorgi, poi disse, ed io leggiero e sanoSorgo, e non sento le nemiche offese:(Oh miracol gentile!) anzi mi sembraPiene di vigor novo aver le membra.

CA.