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CANTO SETTIMO.LXV.Se fosse in me quella virtù, quel sangue,Di questo altier l'orgoglio avrei già spento.Ma qualunque lo mi sia, non però langueIl core in me, nè vecchio anco pavento.E s'io pur rimarrò nel campo esangue,Nè il Pagan di vittoria andrà contento:Armarmi io vuò; sia questo il dì ch'illustri,Con novo onor, tutti i miei scorsi lustri.LXVI.Così parla il gran vecchio; e sproni acutiSon le parole onde virtù si desta.Quei che fur prima timorosi e muti,Hanno la lingua or baldanzosa e presta.Nè sol non v'è chi la tenzon rifiuti;Ma ella omai da molti a gara è chiesta.Baldovin la domanda, e con RuggieroGuelfo, i due Guidi, e Stefano, e Gerniero;LXVII.E Pirro, quel che fè il lodato inganno,Dando Antiochia presa a Boemondo;Ed a prova richiesta anco ne fannoEberardo, Ridolfo, e 'l prò Rosmondo:Un di Scozia, un d'Irlanda, ed un Britanno,Terre che parte il mar dal nostro mondo:E ne son parimente anco bramosiGildippe ed Odoardo amanti e sposi.