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T. 1 (1771)
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CANTO SETTIMO.XLVII.Così Tancredi allor, qual che si fosseDell'estrania prigion l'ordigno e l'arte,Entrò per se medesino, e ritrovossePoi là rinchiuso, ond'uom per se non parte.Ben con robusta man la porta scosse,Ma fur le sue fatiche indarno sparte;E voce intanto udì che, indarno, grida,Uscir procuri, o prigionier d'Armida.XLVIII.Quì menerai (non temer già di morte)Nel sepolcro de' vivi i giorni, e gli anni.Non risponde, ma preme il Guerrier forteNel cor profondo i gemiti e gli affanni:E fra se stesso accusa amor, la sorte,La sua sciocchezza, e gli altrui feri inganni:E talor dice, in tacite parole,Lieve perdita fia perdere il Sole.XLIX.Ma di più vago Sol più dolce vistaMisero i' perdo, e non so già se maiIn loco tornerò che l'alma tristaSi rassereni agli amorosi rai.Poi gli sovvien d'Argante, e più s'attrista:E troppo, dice, al mio dover mancai:Ed è ragion ch'ei mi disprezzi e scherna.O mia gran colpa, o mia vergogna eterna!O iv

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