CANTO QUINTO.XLI.Soggiunse poi: bench' io sembianza esternaDel cor non stimi testimon verace;Chè'n parte troppo cupa, e troppo internaIl pensier de' mortali occulto giace:Pur ardisco affermar, a quel ch'io scernaNel Capitan, che in tutto anco nol tace,Ch'egli ti voglia all'obbligo soggettoDe rei comune, e in suo poter ristretto.XLII.Sorrise allor Rinaldo, e con un voltoIn cui tra'l riso lampeggiò lo sdegno:Difenda sua ragion ne' ceppi involtoChi servo è, disse, o d'esser servo è degno;Libero i' nacqui e vissi, e morrò sciolto,Pria che man porga o piede a laccio indegno:Usa alla spada è questa destra ed usaAlle palme, e vil nodo ella ricusa.XLIII.Ma, s'ai meriti miei questa mercedeGoffredo rende, e vuole imprigionarmePur com' io fossi un uom del volgo, e credeA carcere plebeo legato trarme;Venga egli, o mandi, io terrò fermo il piede:Giudici fian tra noi la sorte, e l'arme:Fera tragedia vuol che s'appresenti,Per lor diporto, alle nemiche genti?
141