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CANTO QUARTO.LXXVII.Questo finto dolor da molti elíceLagrime vere, e i cor più duri spetra.Ciascun con lei s'affligge, e fra se dice:Se mercè da Goffredo or non impetra,Ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice,E'l produsse in aspr' alpe orrida pietra,O l'onda che nel mar si frange e spuma:Crudel, che tal beltà turba e consuma.LXXVIII.Ma il giovinetto Eustazio, in cui la faceDi pietade e d'amore è più fervente,Mentre bisbiglia ciascun altro, e tace,Si tragge avanti, e parla audacemente:O germano e Signor, troppo tenaceDel suo primo proposto è la tua mente;Se al consenso comun che brama e prega,Arrendevole alquanto or non si piega.LXXIX.Non dico io già, che i Principi, che a curaSi stanno quì de' popoli soggetti,Torcano il piè dalle oppugnate mura,E sian gli uficj lor da lor negletti:Ma fra noi che guerrier siam di ventura,Senza alcun proprio peso, e meno astrettiAlle leggi degli altri, elegger dieceDifensori del giusto a te ben lece.Hiv