CANTO QUARTO.XLVII.Ora il mio buon custode ad uom sì degnoUnirmi in matrimonio in se prefisse;E farlo del mio letto e del mio regnoConsorte; e chiaro a me più volte il disse.Usò la lingua e l'arte, usò l'ingegno,Perche 'l bramato effetto indi seguisse:Ma promessa da me non trasse mai;Anzi ritrosa ognor tacqui, o negai.XLVIII.Partissi alfin con un sembiante oscuro,Onde l'empio suo cor chiaro trasparve.E ben l'istoria del mio mal futuroLeggergli scritta in fronte allor mi parve;Quinci i notturni miei riposi furoTurbati ognor da strani sogni e larve:Ed un fatale orror nell' alma impresso,M' era presagio de miei danni espresso.XLIX.Spesso l'ombra materna a me s offria,Pallida imago, e dolorosa in atto;Quanto diversa, oimè, da quel che priaVisto altrove il suo volto avea ritratto.Fuggi, figlia, dicea, morte sì riaChe ti sovrasta omai, partiti ratto.Già veggio il tosco e 'I ferro in tuo sol dannoApparecchiar dal perfido Tiranno.
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