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T. 1 (1771)
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82
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82 LA GERUSALEMMEXLIV.Nè giova ad Algazzarre il fino usbergo,Ned a Corban robusto il forte elmetto;Chè in guisa lor ferì la nuca e'l tergo,Che ne passò la piaga al viso, al petto:E per sua mano ancor del dolce albergoL alma uscì d'Amuratte, e di Meemetto,E del crudo Almansor; nè 'I gran CircassoPuò sicuro da lui mover il passo.XLV.Freme in se stesso Argante, e pur talvoltaSi ferma e volge, e poi cede pur anco.Alfin così improviso a lui si volta,E di tanto rovescio il coglie al fianco,Che dentro il ferro vi s'immerge, e toltaE dal colpo la vita al Duce Franco.Cade, e gli occhj ch'appena aprir si ponno,Dura quiete preme, e ferreo sonno.XLVI.Gli aprì tre volte, e i dolci rai del CieloCercò fruire, e sovra un braccio alzarsi:E tre volte ricadde, e fosco veloGli occhj adombrò, che stanchi alfin serrarsi.Si dissolvono i membri, e'l mortal geloIrrigiditi, e di sudor gli ha sparsi.Sovra il corpo già morto il fero ArgantePunto non bada, e via trascorre avante.

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