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CANTO SECONDO.LXXXIII.Chè non ambiziosi avari affettiNe spronaro all' impresa, e ne fur guida:Sgombri il Padre del Ciel dai nostri pettiPeste sì rea, s'in alcun pur s' annida;Nè soffra che l'asperga, o che l'infettiDi venen dolce, che piacendo ancida;Ma la sua man, che i duri cor penétraSoavemente, e gli ammolisce e spetra;LXXXIV.Questa ha noi mossi, e questa ha noi condutti,Tratti d'ogni periglio e d' ogni impaccio:Questa fa piani i monti, e i fiumi asciutti,L'ardor toglie alla state, al verno il ghiaccio:Placa del mare i tempestosi flutti:Stringe e rallenta questa a venti il laccio:Quindi son l'alte mura aperte ed arse,Quindi l' armate schiere uccise e sparse.LXXXV.Quindi l'ardir, quindi la speme nasce,Non dalle frali nostre forze, e stancheNon dall'armata, e non da quante pasceGenti la Grecia, e non dall'armi Franche.Pur ch'ella mai non ci abbandoni e lasce,Poco dobbiam curar che altri ci manche.Chi sa come difende, e come fere,Soccorso ai suoi periglj altro non chere.
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