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FRAMMENTI. 211
0 turbine, or ti sveglia, or fate provaDi sommergermi, o nembi, insino a tantoChe il sole ad altre terre il di rinnova.
S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni cantoPosan l’erbe e le frondi, e m'abbarbagliaLe luci il crudo Sol pregne di pianto.
XXXIX.
Spento il diurno raggio in occidente,
E queto il fumo delle ville, e quetaDe' cani era la voce e della gente;
Quand’ella, vòlta all’amorosa meta,
Si ritrovò nel mezzo ad una landaQuanto foss’ altra mai vezzosa e lieta.
Spandeva il suo clffaror per ogni bandaLa sorella del sole, e fea d’argentoGli arbori eli’a quel loco eran ghirlanda.
I ramuscelli ivan cantando al vento,
E in un con l’usignol che sempre piagneFra i tronchi un rivo fea dolce lamento.
Limpido il mar da lungi, e le campagneE le foreste, e tutte ad una ad unaLe cime si scoprian delle montagne.
In queta ombra giacea la valle bruna,
E i collicelli intorno rivestiaDel suo candor la rugiadosa luna.
Sola tenea la taciturna viaLa donna, e il vento che gli odori spande,Molle passar sul volto si sentia.
Se lieta fosse, è van che tu dimande:
Piacer prendea di quella vista, e il beneChe il cor le prometteva era più grande.
Come fuggiste, o belle ore serene!
Dilettevol quaggiù nuli’altro dura,
Nè si ferma giammai, se non la spene.
Ecco turbar la notte, e farsi oscuraLa sembianza del ciel, ch’era sì bella,
E il piacere in colei farsi paura.
Un nugol torbo, padre di procella,