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CANTI.
Vanno adulando, ancora
Ch’ a ludibrio talora
T abbian fra sé. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
E ben facil ini fòra
Imitar gli altri, e vaneggiando in prova,Farmi agli orecchi tuoi cantando accetto:Ma il disprezzo piuttosto che si serraDi te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Bench’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fla comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempoVuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmoDalla barbarie in parte, e per cui soloSi cresce in civiltà, che sola in meglioGuida i pubblici fati.
Così ti spiacque il veroDell’aspra sorte e del depresso locoChe natura ci diè. Per questo il tergoVigliaccamente rivolgesti al lumeChe il fe’ palese; e, fuggitivo, appelliVii chi lui segue, e soloMagnanimo colui
Che sè schernendo o gli altri, astuto o folle,Fin sopra gli astri il mortai grado estolle.Uom di povero stato e membra infermeChe sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama sè nè stimaRicco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valentePersona infra la genteNon fa risibil mostra;
Ma sè di forza e di tesor mendicoLascia parer senza vergogna, e nomaParlando, apertamente, e di sue coseFa stima al vero uguale.