CANTI.
Con alti e con paroleStudiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato .• . • $
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè règgere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura ?
Intatta luna, taleE’ lo stato mortale.
Ma tu mortai non sei,
E forse del mio dir poco fi cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremoScolorar del. sembiante,
E perir della terra, e venir menoAd ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amoreRida la primavera,
A chi giovi- l’ardore, e che procacciIl verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star cosi muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viàg^ià'ùdo a mano a mano;
E quando miro in ciel arder le stelle ;Dico fra me pensando:
A che tante facelle?