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I canti di Giacomo Leopardi : illustrati per le persone colte et per le scuole ; con la vita del poeta narrata di su l'epistolario
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CANTI.

U v.

10 nel pensìer mi fìngo; ove per poco

11 cor non si spaura. E come il ventoOdo stormir tra queste piante, io quelloInfinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presenteE viva, e il suon di lei. Così tra questaImmensità sannega il pensier mio;

E il naufragar mè dolce in questo mare.

XIII

LA SERA DEL DI FESTA.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

E queta sovra i tetti e in mezzo agli ortiPosa la luna, e di lontan rivelaSerena ogni montagna. O donna mia,

Già tace ogni sentiero, e pei balconiRara traluce la notturna lampa:

Tu dormi, che taccolse fsgevol sonnoNelle tue chete stanze; e non ti mordeCura nessuna; e già non sai pensiQuanta piaga mapristi in mezzo al petto.Tu dormi: io questo ciel, che benignoAppare in vista, a salutar maffaccio,

E lantica natura onnipossente.

Che mi fece allaffanno. A te la spemeNego, mi disse, anche la speme; e daltroNon brillili gli occhi tuoi se non di pianto.Questo di fu solenne: or da trastulliPrendi riposo; e forse ti rimembraIn sogno a quanti oggi piacesti, e quantiGiacquero a te: non io, non già chio speri,Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggoQuanto a vìver mi resti, e qui per terraMi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi