140
CANTI.
U v.
10 nel pensìer mi fìngo; ove per poco
11 cor non si spaura. E come il ventoOdo stormir tra queste piante, io quelloInfinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presenteE viva, e il suon di lei. Così tra questaImmensità s’annega il pensier mio;
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
XIII
LA SERA DEL DÌ DI FESTA.
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli ortiPosa la luna, e di lontan rivelaSerena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconiRara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse fsgevol sonnoNelle tue chete stanze; e non ti mordeCura nessuna; e già non sai nè pensiQuanta piaga m’apristi in mezzo al petto.Tu dormi: io questo ciel, che sì benignoAppare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente.
Che mi fece all’affanno. A te la spemeNego, mi disse, anche la speme; e d’altroNon brillili gli occhi tuoi se non di pianto.Questo di fu solenne: or da’ trastulliPrendi riposo; e forse ti rimembraIn sogno a quanti oggi piacesti, e quanti‘“Giacquero a te: non io, non già ch’io speri,Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggoQuanto a vìver mi resti, e qui per terraMi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi