Mit 13 Kupferhof A LA CADV C DEL REGN DELL'AMAZZONI Feſta Teatrale fatta rappreſentare in Roma DALL'ECCELLENTISSIMO SIGNOR MARCHESE DI COCCOGLIVDO Ambaſciatore della Maeſtà DEL RE CATTOLICC Per le Augustissime Nozze DALLA SACRA REAL MAESTA 14 CARLO ( RE DELLE SPAGNE E DELLA PRINCIPESSA ARIANNA M Contessa Palatina del Reno DEDICATA ALLA MAESTA DELLA REGINA SPOSA. IN ROMA, Nella Stamperia della Reuerenda Cam. Apost. 1690. CON LICENZA DE'SVPERIORI. . 2 R.W. LUNDES. UND STADT BEDOTHER DOSSSDORF . . . R/44 SACRA REAL CATTOLICA MAESTA. . . . . . . . . . . 1 . . N . . . . 1 S 1 . E Felicissime Nozze di Vo20 stra Maestà, che comprendono lo stabilimento di sì possente Monarchia, tirano à se i Voti di tutto il Mondo Cattolico, che ſe ne augura in vna auuenturosa ſuccessione perpetuata la fortuna di tanti Regni, & inſieme l'accreſcrimento della vera Religione. Il Sig. Ambasciadore in questa Corte Marchese di Coccogliudo, che le hà festeggiate con magnificenza, e splendidezza di Teatri, e di Scene degne del grand' A 2 MVTATIONI DI SCENE. Spiaggia di ſcogli con veduta di Mare. Grotta Campagna amena bagnata dal Termodonte con leuata di Sole. Anticamera Regia. Suburbana con veduta in lontano di Ville, e Casini. Stanze con Alcoua, e letto. Giardino con spalliere di allori, e Statue. Galleria con sfondato di stanze. Giardino con spartimenti di fiori, e Fontane Recinto della noce di Beneuento. Cortile Regio con colonne trasforate,e Fontane. Città Stanza ricamata con quadri, e vasi d'alabastro tutta tempestata di gioie. Campagna con Padiglioni in cui è attendato l' Esercito del Rè di Sarmatia. . MA MACHINE. Globo del Mondo, che si diuide nelle quattro parti di esso. Tre Carri carichi di gemme, oro, argento, fiori, christalli, e coralli, che vengono per Mare, ti rati da animali Marini. Grotta che ſi ſolleua dal Pauimento del Palco. Sole che nasce da alcune Montagne, e và à poco à poco crescendo. Nuuola che diuidendosi discopre la Regia di Venere: Vn Caprone che porta in aria Turpino, e lo conduce alla Noce di Beneuento. Tre nuuole che conducono tre figure ridicoloſe alla Noce di Beneuento. Carro della Fama tirato in aria dal Caual Pega seo. Volo di diuersi Amorini. Volo d'Imeneo, che và in Cielo à prendere varie compoſitioni in lode delle Maeſtà del Rè, & della Regina Sposi, indi torna à spargerle per il Teatro. BALLI 6. BALLI. Di Americani, Africani, & Europei. Di varij Amorini, che ballano per le Loggie, e per le scale, e nel Pauimento della Reggia di Venere. Di diuerse figure ridicole con varie trasforma tioni nella Noce di Beneuento. Di Ammazzoni, e Sarmati nel fine del Drama . . . . . . . . . . . 1 PRO- PROTESTA DELL'AVTORE. Autore come vero Cattolico Romano condanna le parole Amore, Fato, Destino, Numi, Deita, Adorare, e simili per menzogne della Gentilità atte solo a pratticarsi ne' vaneggiamenti Poetici: . . . . . . . . * . L Sig. Gioseppe de Totis ha mostrato il suo valo re nell'Amazzoni Opera, all'altre sue da me riuedute superiore per l'inuentione capricciosa, con l'accompagnamento della nobiltà del suo stile, s'è contenuto nell'espressiua de gl'affetti honestamen te senza pregiudicare nelle fintioni a' sentimenti, che professa; V. P. Reuerendiss le può permettere il darla con libertà alle Stampe, quando se ne compiaccia. Antonio Politauri. Imprimatur, Si videbitur Reuerendiss. P. Magistro Sacri Palatij Apost. Steph. Ioseph Menattus Episc. Cyrenen. Vicesg. Imprimatur Fr. Franciscus Maria Forlani Reuerendiss. P. Fr. Thomae Mariae Ferrari Sac. Apost. Palat. Magist. Socius Ord. Praed. 13 bluth Ges. 13 blith Bibliothek Düsseldorf Landes= u. StadtBibliothek Düsseldorf ). ROLOG Spiaggia amena di Mare con Atlante caduto sotto il peso del Mondo. VMI, pietà, soccorso: Atl. Aggrauato dal pondo Del sostenuto Mondo Vacilla al Vecchio Atlante il debil dorso. Numi, pietà, soccorso. Esce Alcide, e và per sostenere il peso del Mondo in vece di Atlante morto. Alc. Al mio braccio robusto Fida, ò Veglio spirante il graue incarco, Che l'Alma dal tuo sen già già diuide, Atlante può cader, mà non Alcide. Mentre Alcide và per sostenere il Mondo, l'istesso Globo del Mondo si cangia nelle sue quattro parti, Europa Asia, Africa, e America. Alc. E qual portento, ò Dei. S'espone à gl'occhi miei, Come in parti diuiso L'ampio Globo io rauuiso Prender d'aspetto human moto, e sembiante? Eur. Per implorar da' Numi vn nuouo Atlante. Alc. E mole ancor più vasta Il forte Alcide à sostener non basta? Afr. Può ben d'vn Mondo solo Vantar l'ispide terga Alcide onuste, Mà per regger più Mondi Hà potere Sourano Il Monarca d'Esperia, il Gioue Ispano. Amer. B 2 the PROLOCO. 2/4 Amer. Carlo solo à cui gl'omaggi Rende humil l'Indo, e l'Ibero, Colla forza de ſuoi ragg. Può in vn tempo illustrar doppio Emisfero, Alc. Di Carlo all'alto Nome Ossequioso io cedo, e mi confondo. Eur. Un Sole, vna Fenice, e vn Carlo hà il Mondo. Mà in qual de' vostri spatij Augusta riua Alc. Regna terrena Diua, Che le vedoue piume Fecondi al Gran Regnante, à cui sol manca L'esser nato Immortal per esser Nume Eur. Del freddo Ren sù le guerriere sponde Nacque Reggia Donzella, De' Palatini Eroi Germe sublime, Saggia non men che bella, Il cui valor risponde, Al grido, che di lei la fama esprime. Di Marianna Io parlo. Le cui Germane Illustri Del Danubio, e del Tago ornano i Liti, Questa e l'alta Eroina, Che al talamo di Carlo Santo amor destinò, Sposa, e Regina. Se il volto le infiora Asia. Amabile età, S'vniscono ancora Fortezza, e BeltàNel labro i rubini Europa. Hà Pallade ancor, E pur ne' suoi crini Serpeggia l'allor. Fontana Landes= u. StadtBibliothek Düsseldorf PROLOGO. Si vedono venir dal Mare per diuersi lati trè Carri, il primo tirato da Caualli Marini carico di vaſi d'oro, e d'argento, con sopra quattro Americani, il secondo tirato da Delfini carico di gemme pretiose con sopra quattro Affricani, il terzo tirato da Boui Marini carico di coralli, cristalli, e fiori con ſopra quattro Europei. Alc. Ma quai prore nouelle Carche di gemme, e d'ori Solcan le vie della cerulea Dori. Afr. Dall' adusti Etiopi Per tributar di Marianna il Trono, Io, che l'Africa sono Mando perle, e diamanti, inuio piròpi. Amer. Ecco America ancora Le Reggie nozze onora, E al Talamo Real reca in tributo Masse d'Argento, e d'Or lucida prole Del suddito Perù tomba del Sole. Europa. I fiori, i cristalli Europa tributa, Vniti a i coralli Che di Scilla ingemmar l'onda canuta. Alc. Ma perche mentre à gara Di voi ciascuna ampi tesori or porge, Sol de suoi doni auara Nell' ossequio commun l'Asia si scorge. Asia. All'Austriaca grandezza Son tributi volgari, oro, e diamanti, Di Barbari Regnanti Incatenati, e vinti Il deuoto seruaggio Destina a' Reggi sposi Asia in omaggio. Per celebrare intanto I Re PROLOGO. ⵙⴱ I Regali Imenei del Tebro in riua. Porgo a Scena festiua Per soggetto gentil di nobil canto L'Amazzoni dell'Asia onore, e vante. Alc. Dunque à che si dimora, Mentre intreccia Talia nodo giocondo, Messaggeri festosi Del tributario Mondo Al suon d'aurate corde Mouete in liete danze il piè concorde, Europa. Festeggi ogni clima Gioisca ogn'affetto, E il giubilo esprima, Che accoglie nel petto; Or che di doppio Mondo all'ampia mole Carlo è l' Atlante, e Marianna li Sole, Scendono da i Carri gl'Europei, gl'Americani, e gl'Affricani, e vnitamente formano vn Ballo. ATTO büsselde 1 theron Pontane fandes Bibliothek Düsseldorf —.— O PRIMO. AT SCENA PRIMA. . Artide dentro vna Grotta. S'alza il Pauimento del Palco, che forma vna intera Scena di Grotta, in cui giace dormendo Artide, bauendo intorno varij libri, e diuersi Instrumenti Mattematici sopra vn Tauolino, in cui arde vna lucerna d'oglio. Artide destandosi. Rudo Padre, e qual furia d'Auerno T'inspirò così fiero consiglio, Che à passar costringesti il tuo figlio Dalla Cuna, à vna Tomba ch'è Inferno Son più lustri, che al Sole anche ignoto Viua morte sepolto qui prouo, E ne i colpi, che ogn'or più rinouo Stanco il braccio, e vn macigno non scuoto. Suenturati miei lumi, A cui sol vien permesso, Alla luce mal viua Di liquefatta oliua Sù taciti volumi Mirar da fosche linee il Mondo espresso. Oh di fortuna ria Nella suentura mia solo costante Influssi troppo fieri: Dunque di tante, e tante Vaste Città, di tanti Regni, e Imperi, DI ATTO Di tante alpi inacesse, Di tante selue, e solitarie riue, Che fabricò l'eterna man per sede Di chi à morte soggetto in terra viue, Solo à mè per mio Mondo il Ciel concede Di funesta prigion l'angusta mole, Doue sol col pensiero; Che al desio lo dipinge, Io veggio il Sole. — Di carcere ingiusto 1 L'asprezza s'atterri, . E il braccio robusto Il varco diserri Al rapido piè: A che si dimora; L'impossibil si tenti, ò almen si mora. Prende un Palo, e s'affatica per romper la Grotta. La man non si stanchi Nel duro cimento, E al core non manchi L'antico ardimento, L'vsata virtù; Che più si dimora; L'impossibil si tenti, ò almen si mora. Ritorna a spicconare il muro della Grotta, e cadendo de sassi si viene ad aprire vn foro, ed in questo tempo il Pauimento del Palco ritorna à calare al suo luogo, ⁊ Artide eſce per l'apertura fatta ritrouandoſi in vna vastissima Campagna con alberi, e pianura bagnata dal fiume Termodonte, & in lontananza Montagne, dalle quali naſce il Sole, che à poco à poco và sorgendo, Mà les Landes- u. Ebholz Dagelde To. Fran.“ Ventarinus Sculpsit PRIMO. Mà, qual orror giocondo Con soaue martir gl'occhi m ingombra! Quanto sei fiero ò Mondo? Se affligge la tua luce à par dell'ombra, Vede il Sole. Quella forse è del Sol l'eterna face? Mà se il Mondo ricrea, come tormenta: Tormenta è ver, mà piace, Piace, mà il ciglio offende; O Dio, chi non intende Globo terren di tua fierezza il vanto, Se à chi giunge à mirarti Per tributo primier tu chiedi il pianto. Quanto al senso hà vario aspetto Ciò che informa Arte, ò Natura Dall'Idee, che vn intelletto Speculando à se figura. Stabil Tronco, Onda corrente Come varij à mè si fanno, Dall'Imagin, che alla mente Muti fogli esprimer sanno. SCENA II. Turpino di dentro, e Artide. . . letà, soccorso, aiuto. Turp. Oh Dio, che sento! Art. . E chi tutto terrore Rapido al par del vento. Corre del Bosco entro il Secreto orrore. . Turp. esce. Aiuto. Art. Olà chi sei. Turp. ATTO Turp. Signor pietà, La vita in carità. Art. Ferma, e dimmi perche Sì veloce il tuo piè Di Seluaggio Confin le vie trascorre, Turp. Chi fugge per timor, vola, non corre Art. Di che temi? Turp. Lei forse è forastiero? Art. Ramingo, e Peregrino Sieguo ignoto camino. Turp. Questo di Scitia è il formidabil Regno, Doue con vanto altero Contro gl'Huomini armate ogn'or di ſdegno L'Amazoni feroci han crudo Impero, E se vn Huomo quì capita Non gli si fà processo, Mà summarie del Sesso Facta recognitione ſi decapita. Art. Mà qui come giungesti? Turp. La mia mala diſgratia Con il Rè di Sarmatia Mi ci conduſſe. Art. Ed à qual fine? Turp. Il Rè Con poderosa Armata Venne per soggiogar di Scitia il Trono: Mà, sento vn gran romor, queste al sicuro Son l'Amazzoni fiere. Art. De sdegni lor non curo. Turp. E à mè per forza mi conuien temere. Art. Gran viltà. Turp. La paura Col' lungo conuersar diuien natura. SCE- PRIMO SCENA III. Arconte con accompagnamento di Soldati Sarmati, e Artide. Armati inuitti, ecco il Guerrer, ch'elesse Arcon. Per adempir del vostro Rè le veci Del fatidico Appollo il gran commando. Scetro, Corona, e Brando Prendi Signor, per cui disfatte, e rese L'Amazzoni depresse Alla Sarmatia ancelle Volgan con miglior vso Diſarmata d'acciar la deſtra imbelle A i lavori d'Aracne, all'Ago, al fuso I Soldati Sarmati vestono Artide con habito da Generale, & Arconte gli presenta il baston del Commando, Art. Fortuna, e chi t'intende? Passar da l'ombre à vagheggiar la luce, Dal carcere à l'Impero. Forse del mio pensiero In parte serenar potria gli orrori Ma ancor ne' tuoi fauori Temo, volubil Dea, le tue vicende Fortuna, e chi t'intende? . Se à le palme, à le vittorie Arc. De la luce il Dio ti chiama, Già sento la Fama Ridir le tue glorie. CirC 2 ATTO Circondata di catene Ogni Amazzone più fiera In pompa guerriera Tua spoglia diuiene. Art. De le tue voci al suono Già maggior di se stesso Sento, che il cuore à la tenzone è accinto: Già veggio il debil sesso Pianger le sue sconfitte, Artide hà vinto. Serpe fiera, che il Verno celata L'ire, e il tosco in se stessa raccoglie, Quando al Sol poi rinoua le spoglie Esce in Campo saetta animata. Poiche sente sul dorso cresciuti Gli aurei velli il gran Rè delle Belue Lascia gli antri, e con scempi temuti Scorre 1 liti terror de le Selue. SCENAIV. Tisbe, e Turpino. Stanze di Mandane. Tis. Vrpino hai più paura Turp. Ancora io tremo; Tis. E perche mai sì gran timor ti prese. Turp. Trouarsi in vn Paese, Doue legge crudel vuol che s'abomini L'ombra ancora de gli huomini, Non ti par di temer giusta cagione? Tis. PRIMO. Tis. E pure il tuo Padrone Con la mia Padroncina, Che di Scitia è Regina, Sicuro d'ogn' insulto Stà nel Regio Palazzo Amante occulto. Turp. Mà che fù quel rumor, che poco fa S'vdì per la Città? Tis. Mitilene sorella De la nostra Regina, Vdita la nouella, Che del tuo Rè le schiere Scorreuano i confin di questo stato, Come Generalesa De l'Amazzoni altere. Subito hà comandato, Che si faccia tonnina D'ogn'huom, che ardito à la Città s'appressa. Turp. E poi mi chiedi di che temo? Tis. A questo Rimediar ſi può preſto. Turp. Mà come Tis. Per andare Liberamente oue ti piace, e pare Vesti aneor tu da Donna, E così con la gonna, E con la barba rasa Tutti ti crederanno Lauandara di Casa, O pure vna di quelle, Che à l'Amazzoni taglian le mammelle. Turp. Saggiamente disponi; Già il sesso à rinegar Turpin s'appresta, Ch oue le Donne portano i Calzoni, A gli Huomini portar conuien la Vesta. Tis. ATTO Tis. Quest' vso in ogni parte omai si stese; Tutto il Mondo è Paese. Cento miglia là dal mare Turp. Nasce vn'erba singolare, Ch'è chiamata da' medici periti Per gli effetti, che fà, cieca mariti. Di quest' erba vn' insalata Fà ogni Donna maritata, E il Marito in mangiarne due bocconi, A la moglie portar lascia i Calzoni. Tis. La verità sempre al suo loco io lascio. Con quest' erba si fà d'ogn' erba fascio. V. CENA Licandro solo. Ai vinto Amore, insuperbisci, e godi: Lic. De' Sarmati feroci Ecco domato il Regnatore inuitto; Da tuoi fulmini atroci Il fulmin de la guerra ecco trafitto. De' miei Guerrieri audaci Poste in oblio le numerose schiere, Vittima del piacere Di reciprochi affetti ardo à le faci, E reſo di nemico Amante amato, D'vn crin, che m'hà legato Adoro le catene, e bacio i nodi. Hai vinto, Amore, insuperbisci, e godi. Bion P. CRO. I. M. O. Biondi crini, che stringete L'Alma mia, si che v adoro E v'adoro, perche siete Lacci è ver, ma lacci d'oro. Se trà lucide catene Il mio cor gioisce inuolto, Più soaue à mè diuiene Il morir, ch'esser disciolto. SCENA VI. Mandane, e Licandro. Mand. Que lungi da mè, doue t'aggiri Sfera del mio bel foco, Centro de' miei desiri? Nò, che non troua loco Lungi dal caro lume Farfalla intesa à incenerir le piume. Lic. Mio ben Regio Volante, Che d'affissarsi al Sol nutre il diletto, Talor per breue istante Gli occhi ritrae da l'adorato oggetto, Per poi con più vigore Intrepido soffrir l'alto splendore. Mand. à 2. Ah Licandro. Lic. Ah Mandane Mand. Io peno. Lic. Io moro. Mand. Vn tuo riso, Lic. Vn tuo sguardo, Mand. E quel foco, E quel dardo Lic. Mand. ATTO Che m'arde, Mand. Che m'impiaga, Lic. E pur t'adoro. à 2. Mand. Insidiai la tua vita, Lic. Venni à inuolarti il Regno, Mand. Mà l'Alma m'hai rapita. Lic. Mà di tuo predator preda diuegno. Mand. In picciol giro espresso Ti vidi, e t'adorai. Lic. Io con egual successo La tua beltà ne suoi riflessi amai Mand. Tacita à mè ti inuito, Lic. Occulto io vegno. Mand. Ti miro, e più m'accendi. Lic. Ti veggio, e più mi prendi. Mand. Con quel ciglio seren, Lic. Con quel crin d'oro, Mand. M' accendi, Lic. M'incateni, à 2. E pur t'adoro. Mand. Dir, ch'io v'ami, ò luci belle, E vn dir poco à quel ch'io bramo, Che ſe dico ſol che v'amo Non dirò, che siete stelle, Dirò dunque d'adorarui, Ghe ſe ſtelle voi ſiete, è poco amarui. 2. Se con auide pupille Lic. Care labra in voi m'affiso, Trà le rose in grembo al riso L'asta io dico ascose Achille; Mentre hauete ostri viuaci Per ferir gli archi, e per sanare i baci. SCE PRIMO SCENA VII. Tisbe, Mandane, & Licandro. Resto. Signora mia Tis. Fate l'Amico ritirar, che vienè La fiera Mitilene. Che peccato che sia Costei vostra sorella. O quanto è diſpettoſa, e pur è bella. Mand. Aſcondi de' tuoi rai l'amabil luce Vago mio Sol; che se in virtù d'Amore Il mio tesor tu sei, Con ragione ad altrui celar ti dei Tisb. Presto poter del Mondo. Lic. Pur ch'io sia nel tuo cor, lieto m'ascondo. Mand. Barbara Mitilene, Abborrita sorella, Furia al piacer rubella, Da le Tartaree arene Vomitata à miei danni, Che non conosci Amore, e Amor condanni, Perchè l'huom l'è ignoto ancora Crede l'uomo vn viuo Inferno; Mà quest'Alma, che l'adora Vn Ciel lo crederia, ſe foſſe eterno. SCENA VIII. Mitilene con accompagnamento d'Amazzoni Mandane, e Tisbe. Egina, alta suentura Mit. Minacciano le stelle 15 Si ritira. De ATTO De l'Amazzoni inuitte al forte Impero. Tenta il Sarmata altero Di Temiscira oggi assalir le mura, E con fastoso orgoglio La libertà penſa inuolarne, e il ſoglio. Mand. Di Mandane fia vanto Con efficaci accenti Del Rè nemico intepidir gli ſdegni, E con la pace assicurar piu Regni. Mit. Come Mandane, come Consigliero di pace Si repente diuenne vn van timore? Giache pace al cor ti fingi Perche stringi aste pesanti? Vanne, e ascosa in chiuse soglie, Non sò dir, se ancella, ò moglie Torci lane, allatta infanti Giache pace &c. Mand. Dunque la pace abborri. Mit. Sì, perche ecclissa à bel valor la luce. Mand. Nasce da lieta pace ozio giocondo. Mit. Mà l'ozio Amor produce Inferno de gli Dei, furia del Mondo. Guerra guerra, à l'armi, à l'armi, Del Sarmata audace Il piè s'incateni, S'impiaghi, si sueni, Ne speme di pace Le destre disarmi Guerra, &c. Tis. Non la posso sentir, mi vien la rabbia. SCE PER I MIO. SCENA IX. Licandro, e Mandane. Hi la pace non vuol la guerra s'habbia Lic. Habbia guerra sì sì, ma sia mortale; Mand. Mitilene s'uccida, e chi rieusa Di pacifiche oliue Al mio Talamo offrir serti giocondi, Di Cipresso feral l'urna circondi. Licandro, à tè s'aspetta Far del torto comun comun vendetta, Di cui premio condegno Di Mandane saran le nozze, e il Regno. Morirà la crudel, pietà irritata Lic. De la ſua ſtrage al fiero onore aſpira. L'amor che ti giurai fia ſprone à l'ira. Mand. Mora, e quel sangue, incrudelito, e fiero Sia di naſcente amor latte primiero. La cagion, per cui m'adiro Lic. Farà bella vna vendetta. Care luci, in voi già miro Balenar la mia saetta. à 2. Lo sdegno più crudel d'Amor è figlio. Fido Amante. Che d'vn guardo hà l'Alma accesa In virtù d'vn bel sembiante Si cimenta ad ogni impresa, Stima lieue ogni periglio. Lo sdegno più crudel d'Amore è figlio. SCED 2 117 . Turp. ATTO SCENAX. Suburbana. Turpino in habito da Donna. Hi mai l'hauesse detto, Che douesse Turpino, Per farsi creder Donna, Cangiar le braghe in gonna: E pur per caminar con libertà Dentro, e fuor la Città, M'è conuenuto farlo à mio dispetto; Chi mai l'haueſſe detto. Mà non son'io già solo, à far da femina, Che ne conosco tanti, Che s'ornano, e si lisciano, Si pelano, si strisciano, S'inanellano il crin, dormon co i guanti, A segno ch'io confesso, Ch'oggi il cappello sol distingue il sesso Io per me diuento pazzo Nel veder quel che succede; Doue prima hauea paura Or son giunto à far figura, Ch'ogni Amazzone mi crede Lauandara di Palazzo. 2. Chi m'incontra a me s'inchina, E mi dice, io ti son schiaua, Chi mi vuol baciar la mano, E trà se dice pian piano O beata lei, che laua Le camisce a la Regina. SCE S Lendes- u. Stadtnehthik bienc Düsseldorf PRIMO. SCENA XI. Artide con accompagnamento di Soldati, Sarmati, e Turpino. Erma, non sò s'io dica Art. Donna, ò danno del Mondo, Idea d'Auerno, Difetto di natura. Calamità de l'huom de viui Inferno. Turp. Lei sbaglia Padron mio. Art. Sarmati Arcieri, Senza indugio interporre, Quel mostro saettate. Turp. Ohimè chi mi soccorre? Art. Ah nò fermate E in quel deforme aspetto Di Circe, di Medusa, Di Megera d'Aletto. Miri ciascun trasfusa La ſembianza crudel, l'imago orrenda. E poi, se può, per Donna vil s'accenda, Turp. Signor, non vi souuien? Art. Taci, e l'arena Beua il tuo sangue immondo . Turp. O mè infelice. Art. Ma viui; ch'ogni pena. Condonarti a me lice, Perche mentre tù sei Quella Donna primiera, Che s offre à gli occhi miei, Deformità sì fiera Contro quel sesso indegno Tanto accrebbe il mio sdegno, Che 0 A Che mi sembra viltà, che il primo sangue. A la mia ſpada vna ſol morte dia, Ma di femine estinte vn campo esangue Vuò che il primo trofeo d'Artide sia, Turp. Come comanda lei sarà seruito Che marina che batte parte Vn Baron riuestiio Sesso vil giache ti vanti Art. Di trafiggere ogni core O che Amore opra è d'incanti, O gli Amanti Ciechi sono al par d'Amore. Chi d'Amor trà le scintille Cieco Amante i giorni mena Se più al cor non vuol fauille, Le pupille Apra, e miri per chi pena. CENA XII. Stanze con Alcoua Turpino spogliandosi l'abito da Donna, e Tisbe. Turp. Aper'altro io non ne voglio, Tis. Con chi l'hai, che t'è successo? Turp. La gonnella ora mi spoglio. Tis. Fammi almeno il caso espresso: Turp. Maledetto Paese, à quel ch'io veggio Qui l'esser' huomo è mal, femina è peggio; Onde per questi liti Sol sicuri saran gli Ermafroditi. Tis. Narrami in cortesia che t'è accaduto Turp. Un pezzo di briccon, che poco fa Cala PRIMO. Calamita de'tozzi Chiedea la carità, In abito scialante Credendomi vna Donna, Con infinito numero di gente M'è venuto d'auante, E con minaccie, e ingiurie Saltato su le furie M'hà trattato in maniera Che se posso incontrarlo à solo à solo, Vedrà se non è lusco, Che à l'occasioni anch'io sò far da brusco. Tis. Compatiſco il tuo caſo. Turp. Le mosche mi saprò leuar dal naso. Tis. Caro Turpin, se à modo mio vuoi fare Non ti stare à impegnare Lasciale à chi le vuol le dubbie imprese, E piglia trenta giorni per vn mese. Se da capo a piè ti squadro, Se rauuiso Nel tuo viso Quel bocchin, quell'occhio ladro Non mi par, che stella fiera . Ti predomini, Mentre hai cera Non d'ammazzar, mà da far n Turp. Tu parli così bene, Che persuaso io sono Onde per questa volta gli perdono. Gli huomini, che han giudizio Tis. Tutti fanno così. Caton, che hauea ceruello Non fece mai duello. E ogni romor fuggì. Gli huomini, &c. 21 gli huomini. SCE ATTO 22 SCENA XII. Mandane sola. Mand. O H quanto è dolce, oh quanto Di reciproco amor l'amabil face, Consuma, ma diletta, arde, ma piace. D'amare io già non sdegno, E se censura audacè Dirà che insiem non vanno Amore, e Regno, Rispouderò, che se pur fallo è Amore, Di tal fallo son rei, Non ch'in terra i Regnanti, in Ciel gli Dei. Chi condannar me vuol, condanni ancora Le Stelle, il Sol l'Aurora, Condanni quanto chiude L'Aria, la Terra, e l'Ocean profondo, Che per opra d'Amore hà vita il Mondo Se vn'astro scintilla, Amor l'infiammò; Se auretta tranquilla Aprile infiorò, Amor la destò. Se ride ogni sponda, Amor l'abbelli, Se messe feconda, I campi arricchì, Amor la nudrì. SCE Lutio B 1 Ueblloth Lutio Bonomi Sculz 228= u. StadtBibliothek Desselben PRIMO 23 SCENA XIV. Mitilene, Mandane, Idaspe incatenato accompagnato da Amazzoni guerriere, e poi Tisbe. Cco, ò Regina, in duri lacci auuinto, Mit. Dal mio poter già vinto De' viuenti il Tiranno, Che ogn opra di natura Render presume à le sue leggi ancella, Quel Gerion, quel Briareo verace, Quel Demone mortal, ch'huomo s'appella. In così vile oggetto Di grido menzogner scorgi l'inganno, E in quel timido aspetto Pensa qual si racchiuda Anima audace Poi nodriſca il timor ſpeme di pace. Mand. Chi sei? Id. Nacqui infelice Mand. Que nascesti? Id. A la Sarmazia in riua. Mand. Di Licandro seguace Forsi giungesti à questo Regno? Id. Scorsi Più lustri son, che quest'ar ene premo. Mit. Dell'Ammazzoni fiere Non temesti lo sdegno? Id. Per saluar l'altrui vita Non curai la mia morte. Mand. Chi saluasti? Id. Chi senza, Ch'io fossi padre, à me fù figlio, . . Mand. ATTO Mand. Come? Id. Più dirti à me non lice, Che il tutto io feci eſpreſſo, Quando à dir m'affidai, ch'era infelice; Se del cor gli affanni occulti Vvoi ch'esponga à i tuoi desiri, L'vdirai ne'miei singulti, Che lingue del dolor sono i sospiri. Mit. Stimolo al fauellare In breue ti ſaran pene homicide. Id. da se. Quanto per te soffrir conuiemmi Artide, Mit. Generose falangi, inuitte schiere Sprezzatrici ſeuere D'ogn vſo femieil, ſe alcuna mai De l'huom non vide il mal gradito aspetto, Or non ſi rechi à vil, che pria d'eſporſi Di bella gloria à passeggiar la via, Qual de le Donne è stile, Consigliero vno specchio oggi le sia. Quell'orrido sembiante Vi mostri che sia l'huomo, iui ammirate Il fior d'ogni bellezza, e l'huomo amate Quell'aspetto tremante Il suo valor vi scopra, in lui scorgete La fortezza de l'huomo, e l'huom temete. Tis. da se. Quanto t'inganni, ò stolta, vn solo istante Che il mio bel Sol tu vagheggiar poteſſi, Confusa à i suoi riflessi Sdegneresti d'espor menzogne, e fole; Mà ogn'Aquila non hà luci da Sole, parte Quanto deue à la sua sorte Mit. Donna forte, Che l'arbitrio à l'huom non cede, Nè dà nome di consorte Al Tiranno di sua fede. Rin PRIMO. Ringratiar può la ſua Stella Donna bella. Che habbia in petto alma ritrosa, Nè de l'huom vuol farsi ancella, Per goder nome di Spoſa. INTERMEzzo PRIMO. Dall'vltimo Orizonte vien sorgendo verso l'vdienza vna nuuola, la quale à poco à poco ſi viene auanzando, e sopra di essa siede Amore. Amore. Quando, quando han da finire Contro Amor tante querele; Sempre dunque hò da sentire Mesti Amanti Ne 1 lor pianti Dir ch'io sono vn Dio crudele. Quando, quando &c. Folli Amanti v'ingannate, Se credete Amor tiranno Due pupille, che chiamate Soli, e Stelle, Sono quelle Che le piaghe al cor vi fanno. Folli Amanti &c. Giunta la nuuola in mezzo al palco s'apre da due lati, ed empiendo il palco ſcuopre la Regia di Venere, con vna ſcala di Lapis Lazaro intorniato d'oro, in cima della quale ſi slargano 2. loggie con balauſtri di pietre pretiose, in mezzo delle quali s'inalza il Trono, doue siede Venere. Venere. Doue, doue t'aſcondi Lungi da me tua Genitrice amante. FaE 2 T T Faretrato fanciullo, arcier volante: A rinuenirti intesa Tutti del terzo Ciel trascorsi i giri, Ed or fia ch'io ti miri Goder ſi neghittoſo Lontanda la mia sfera vn vil ripoſo. Getta l'arco, e ſpezza il dardo, Nè vsurpar d'arciero il nome, Nume vil, figlio codardo, Che armi ſtringi, e non ſai come D'Amazzoni ritrose il sen colpire Ti vanti arciero, e poi non ſai ferire. Amore. A torto di viltà condanni Amore; Che d'anime à ferir copia sì vasta Son Nume è ver, mà vn Nume sol non basta. Venere. Per saettar di fiere Donne i petti, E perche non appelli D'Amori à te soggetti Faretrati drappelli 9 Chiama, chiama da le sfere Turbe alate Se ferir l'alme gelate Vvoi d'Amazzoni guerriere. E te stesso riserba, e i dardi tuoi Arciero illuſtre à ſaettar gli Eroi. Già da i Numi nel Cielo è prescritto, Ch'esser debba l'Ibero Regnante, Dal tuo dardo ne l'Alma trafitto, Nouo Achille guerriero, & amante Amore. Intento ad eccitar fiamme Reali In altri incendij esercitarmi io sdegno, E vuò, che sol de miei dorati strali Di Carlo il Regio cor ſia nobil ſegno; Ven. Mà per ferir del Gran Monarca il core Sa ☛ Cerolimo Fontana de l'inLandes= u. StadtBibliothek Düsseldorf würthet 75=u. Stad [ ] Bibliothek P (X) N L the L S Tką RIMO Saran le tue saette Gl'occhi di Marianna armi d'amore. Falangi volanti Am. Di sudditi Amori Per rendere amanti I gelidi cori D'Amazzoni ardite, Da la Terra, e dal Ciel, sù, sù venite. Ven. Venite alate schiere, E intrecciando col piè danze festiue. Per le ſcitiche riue Fauille seminate, à 2. E le fiamme d'amor nel gel destate. Vengono dal Cielo, e da la Terra molti Amorini, i quail e per il palco, e per le ſcale, e per le loggie formano vn ballo, qual terminato, diuerſi di loro volano in aria. ATTO — — . A SCENA PRIMA. Stanze di Mandane Licandro solo. Lic. L mio sen cangiato hà il core Il mio cor più mio non è, Al mio Ben lo diede amore, E il suo cor poi rese à me 2. A ragion l'altrui desio Mio desire ancor si fà, Mentre il cor de l'Idol mio Per mio core Amor mi dà. SCENA II. Turpino, e Licandro. Turp. Ignor, non è più tempo da burlare, La Regia autorità Se la siamo giocata alla bassetta, E Vostra Maestà. Se la passa in cantar la girometta. Lic. Che nouelle mi rechi? Turp. Poco buone, Vn certo cospettone, Che andaua pitoccando, S'è vsurpato il comando De l'Esercito vostro, e à quanti treua A nessun guarda in faccia, . Ma SECONDO. Ma senza distintion tutti minaccia, Line. Ed è ver ciò che narri? Turp. Io parlo à proua, E ſe non ero leſto, poco fà A fuggirli da' denti Or farei con Caronte i complimenti, Linc. Sprigionateui ò spirti guertieri Auuiliti tra i lacci d'Amor. Tenta in vano magia di piaceri Di più lusingarmi, Per inuolarmi Il Regno, e il corDiscioglieteui ò dure catene, Che annodaste l'incauto mio piè, Bipartito in due luci serene Il Sole mi accese; Ma poi mi rese Ombra di Rè SCENA III. Mandane, Licandro, e Turpino. Mand. lo Ben. Turp. Cattiuo incontro Mand. E d'onde auuiene Che fuor de l'vso io miro Le sembianze serene Ecclissate dal Sol, per cui sospiro! Tu non rispondi? Lic. O Dio Turp. Parlate chiaro. Mand. Qual tua, qual mia suentura Di reciproco amor la calma oscura? Deh ATTO 30 Deh non tacere, o caro, E se oggetto mi vuoi de' tuoi rigori, Dimmi almen per pietà misera mori. Lic. Mentre lontan da te Che sei l'anima mia mi vuol la sorte, Il morir tocca a me Che à vn fido cor la lontananza è morte. Mand. Lontananza! e che sento? Lic. Orgoglioso fellon, che audace aspira Ad inuolarmi il Regno, Lungi da te, mia vita, Mi vuol di Marte, e non d'amor Campione; Ma qual Cerua ferita; Che porta oue s'aggira Lo ſtral nel ſen tenacemente impreſſo, Farò, che il dardo istesso, Che mi trafigge a ritornar sia sprone. Rimanti, ò cara, e intanto Rauuisa nel mio pianto L'alta necessità, che a me t'inuola Se lacrimi, ò mio Ben, non piangi sola, Menzogner, fabro d'inganni Mand. Non chiamar gli astri tiranni; Ch'altre stelle Non son ree del mio martoro, Che le due, che così belle Ne' tuoi lumi, ingrato, adoro. Vanne, ò crudo, e sia tuo vanto, Che il mio cor si strugga in pianto. Sol mi doglio Che habbia forza il pianto mio D'ammollire anco vno scoglio, E non pieghi vn tuo desio. Lic. Bella non più, ch'ogni tuo detto è vn laccio, Lac SECONDO. Laccio d'amor, di fede, Ch'egualmente incatena il core, e'l piede Per te, mio bel tesoro Oblio gli scettri, e le corone hò a sdegno E se a me costa il tuo bel volto vn Regno Val più di mille Regni vn tuo crin d'oro. Mand. A voci sì grate, Se amor le hà inspirate Resista chi può. Lic. Il labro l'espresse ⸸ⵙ Ma son quelle istesse, Che amor gli dettò. Mand. Sarai mio? Lic. Sarò tuo. à 2. Così godrò. IV. CENA Turpino solo POn viaggio, e hon prò. Turp. O pazzo da catena Lasciarsi al suo capriccio in abbandono. Per me di parer sono, Che il ceruel di costui stia su la schiena. Già che s'ama per godere, Folle è ben colui, che brama Di priuarsi per la Dama De la vita, e de l'hauere SCENA Tisbe, e Turpino. Tisb. He mormori Turpino? e amore, ò rabbia La A T T La cagion del tuo duolo? Turp. Penso à pigliarmi il volo, Che lo star chiuso in gabbia, A la mia sanità Punto non si confà. Tisb. E abbandonar vorrai Tisbe, e il Padrone? Turp. Preme più la camiscia, che il giuppone. Tisb. Forſi qui temi hauer magre le ſpeſe? Turp. Nò, mà in questo paese L'huomo è vna mercanzia, che non hà spaccio. Tisb. Crudelaccio. Darti paee. Turp. E del cor l'antica face? Tisb. Il timor mi fà di ghiaccio. Turp. Crudelaccio. Tisb. Per dar pronto rimedio al tuo timore Vn pensier mi souuiene In Corte si trattiene Vn'Amazzone magaChe fà certo liquore, Che se vna stilla sola Tocca le carni ignude, Hà in se certa virtude, Per cui si và inuisibile, e si vola. Turp. Tisbe dammi parola Di trouarmene vn vaso, Ch'io ſon già perſuaſo Di non partir, ſe il gran ſegreto acquiſto Bella cosa è il veder senz esser visto. parte Già lo sò, ch'è vna pazzia Tisb. Per costui far tanta folla, Mà dou'è la carestia Par fagiano vna cipolla. SCE bliothel bibliothek Dasselde J. . Landes- u. StadtBibliothek Duffeldorf Girolamo Fontana delin SECONDO 33 SCENA VI. Giardino con Fontane, o spartimenti di Fiori. Arconte, e Artide. Arc. Ignor temprar conuiene Quel feruido desio, che in noi s'accende Quì ſpeſſo armata ſcende La fiera Mitilene, Che de l'armi ſostien l'alto gouerno: Onde à quel ch'io discerno Senza scorta, e difesa Cimentarsi à gl'incontri è ardita impresa, Ch'io tema, di che? Art. Di femina vile, Cui genio seruile Natura sol diè. Ch'io tema, &c. Ch'io prezzi, mà chi? Vn sesso sì abietto, Che à l'huomo soggetto L'arbitrio sortì. Ch'io prezzi, &c. Arc. Quanto varij à tuoi lumi Appariran del Mondo i volti, e i gesti, Da ciò, che in più volumi Speculando apprendesti. Souuengati, Signore, Che per nulla temer molto si perde. Art. Mille damme vn Leon vince, e disperde. Sia di ſceglier tua cura Il neruo, e'l fior del bellicoso stuolo, F. 2 Per ATTO Per assalir de la Città le mura, Che in tanto occulto, e solo D'Idaspe rintracciar l'orme desio, Di quell'Idaspe, on Dio, Che i miei pensier non sanno Distinguer, s'à me sia Padre, ò Tiranno. Arc. Propitio il Cielo à tuoi desiri arrida, E il Nume, che t'elesse à te sia guida. SCENA VII. Artide s.lo Vando chiuso tra l'ombre viuea, E sol con l'Idea La Donna mirai Io ſol priuo del Sole eſſer penſai. Mà in veder, che del sesso incostante L'orribil sembiante Tant'Alme innamora, Scorgo, che il Mondo tutto è cieco ancora. Ode di dentro vn concerto di vio lini. Mà qual nuouo piacere Fà di gioia languir l'anima mia? E questa l'armonia De le rotanti sfere? Segue il suono di violini. Forse deposte l'armi Apollo qui ſoſtien plettri ſonori? Mà possibil non parmi Ch oue regnan le furie, vn Dio dimori. Quì si sente armonia dolcissima di violino. Ah che sì dolce incanto Stillandomi nel cor diletti immensi L'alma à forza rapisce, e inebria i sensi. Si pone à dormire. SCE SECONDO 135 SCENA VIII. Mitilene, Tisbe con accompagnamento di fanciulle con varij ſtromenti, Artide che dorme. Mit. Acete anime vili, e se bramate D'eccitarmi nel cor spirti festosi, Timpani bellicosi, Oiscalchi guerrieri al suon destate. Tisb. Forsi è qualche gran male Queſta poca allegria, che hauete inteſo? Siamo di Carneuale, Ne sempre si può star con l'arco teso. Non ci vuol tanto rigore Con le pouere Ragazze, De l'età siamo sul fiore, Siamo femine, e siam pazze. Mit. Si suggono col latte De la virtù i consigli. Tis. Un mal'an, che ti pigli, Costei con tante prediche m'annoia. Non la finisce mai, mi vien la foia, parte Mit. Se l'huomo al volto, e a l'opre Si debil cor discopre, Ch'esempio è di viltà, Gli Alcidi, i Xersi, i Ciri Son vanti, ò son deliri De le trascorse età. Se d'Alessandro il brando Potesse guerreggiando Opporsi al mio valor, Vedrebbe quanto auanza Di Dario la possanza D'una Donzella il corS'auuede d'Artide, che dorme. Mà ATT 0 Mà veggio, ò veder parmi Nouo mostro, che il fianco adagia, e dorme? Sù sù, miei spirti à la vendetta, à l'armi. Và per vcciderlo, e ſi ferma in guardarlo. Ma non già sì deforme Come apparue il primier queſto rauuiſo. Tutto l'orror d'Auerno insieme accolto Balenaua in quel viso, E in sì leggiadro volto Ride vna Maestà, Vna gratia, che sà Le pupille incantar, l'alma rapire, Vn non sò che, che non si può ridire, Se hauesse in man la face, Direi che fosse Amor. Mà in quel ciglio viuace, Che dorme, e pure infiamma, S'asconde quella fiamma, Che già mi giunge al cor: Se hauesse, &c. Mà come, oh Dio, mà come Il labro mio s'ascolta Eſprimere d'amor l'infauſto nome? Lungi da' labri miei tiranno amore. Mà che fauelli, ò stolta? Scacci amor da le labra, e l'hai nel core. Pouero corc Tù soffri, e taci; Mà ti compiaci Del tuo dolore. Sdegno de la Ragion Guerrier possente Tù del folle mio cor vendica i danni Pietà, sdegno clemente, Del tradito mio petto odi i ſoſpiri S'uccida chi m'accende, e il sen respiri, Mentre va di nuouo per assalirlo, Artide si desta. Art. SE GIONDO. Art. Larua crudele arresta il piè, nè sia Trofeo di tua viltà ferir chi dorme Mà non già sì deforme Come l'altra apparia, Di costei la sembianza al guardo appare In quel volto traspare Vna luce, vn decoro, vn vezzo, vn brio, Che de l'arbitrio mio Par che à forza rapir voglia la palma, E se gli niego il cor, m'inuola l'Alma. Mit. Che guardi? Art. Che miri? Mit. Fauella Art. Rispondi à 2. Perche si profondi Tu spargi i sospiri? Mit. Che vuoi? Art. Che presumi Nemico. Mit. Art. Tiranna. Chi à pianger condanna à 2. I languidi lumi? Mit. Non sospirar, nò, nò, Art. Rasciuga il pianto. Mit. Vanta propizio a' tuoi desiri il Fato. Art. Di che la sorte alle tue glorie arride, Mit. Mentre hai vinta Art. Hai piagato Mit. L'alma di Mitilene, Art. Il cor d'Artide. Mit. da se. Artide! Art. da se. Mitilene! Mit. Eche sento? Art. T 0 Art. E che ascolto? Mit. Tù quell'Attide sei, Che viuo, e pur sepolto Si come eſpoſe il prigioniero Idaſpe, Numerasti con l'ore ancor le pene? Art. Tu quella Mitilene, D'amor nemica altera, La cui fama guerriera De gli antri più ripoſti Nel tenebroso sen giunger s'vdìo? Quella son’lo à 2. QuelloMit. Ma quella io più non sono; Art. Cangiò l'anima mia tempre, e sembiante Fui nemica [S]y] crudele, or sono amante. à 2. Nemico M'ami dunque Mit. Sì sì che t'adoro: Art. Se trafitto io per te moro Bacierò l'arco, e lo stral. Sarai fido? Mit. Di scoglio è il mio petto, Art. Mà stabile affetto à 2. Vuol fede immortal. IX. SCENA Stanze di Mandane. Licandro, e Turpino. Iscordi pensieri, Lic. Che l'Alma agitate, De varij sentieri, Ch OS E CONDO. 39 Ch'io veggio apparir, Al core additate 1 Qual debba seguir. Turp. Il Rè, per quel che vedo, Par che i ſuoi conti faccia, Io però per me credo, Che di star non gli piaccia Al seruizio d'Amor sempre soggetto, E per salario hauer tauola, e letto Lic. Un calle Amor m'addita Tutto di rose, e di ruggiade asperso, Onor calle diuerso Sparso di ſpine à calpeſtar m'inuita. p. In sì dubbio confin posta la mente Riſolue, e poi ſi pente, Indi torna à voler ciò che non vuole, E in rammentarmi Alcide io penso à Iole. . SCENA X. . Mandane, Licandro, Tisbe, e Turpino. .21 Mand. ¶ Angue, geme, sospira, e si lagna Colomba, che chiama L'errante compagna; Mà quando poi vede, . Che in braccio le riede Quel ben, che tant'ama, Cangia i gemiti in baci, e più non brama Così lungi dal tuo bel ſembiante Non troua mai pace Quest'Anima amante: Mà quando poi mira Del Del Sol, che sospira La splendida face, Per dolcezza si strugge, adora, e tace. Lic. Bella di te non meno Al folgorar di tue pupille altere Sento colmar d'immensa gioia il seno; Troppo à vn fido Amator dolce si rende Il poter dir riuolto Al sospirato volto Adoro vn Sol, che sol per me risplende. Tisb. Oh che belle parole, Dimmi che te ne par, Turpin mio caro? Turp. Concetti sì eleuati intendo poco, Mà gli aſcolto, e l'imparo, Per poi farmene onore à tempo, e loco. Mand. Licandro, i nostri ardori, Se Mitilene viue Sempre fian de la sorte esposti à l'onte. Lic. A tuoi cenni il mio cor già l'ire hà pronte. Mand. Dunque à che si dimora? S'eterni il nostro affetto, e l'empia mora. Veggio amore sul marmo gelato, Lic. Che de l'empia racchiude le ſpoglie Inalzar già quel talamo aurato, Che in bel laccio congiunti n'accoglie. Se quel mostro mirare à me lice Mand. Diuenuto trofeo de' tuoi sdegni, Vedrà il Mondo vna morte felice Rauuiuar con la pace più Regni. SCE SECONDO. SCENA XI. Turpino, e Tisbe. Vtto và ben, mà poi, Turp. Se Mitilene more, Che ne sarà di noi. Tisb. Turpino, non temere, Prendi questo liquore, Di cui ſe fai cadere Vna sol goccia in su la carne ignuda, Inuisibil ti rendi, E doue più ti piace il volo stendi. Turp. Tisbe mia ti ringrazio tanto tanto, E ti prometto, e giuro Sempre portar quest'ampollina à canto. Tish. Più d'vno io vedo, Che bramar credo Questo liquor, Per potersi vngere, Et inuisibile Rendersi allor Che vede giungere La faccia orribile Del Creditor. SCENAXII. Suburbana. Artide, Arconte con accompagnamento di Soldati. Cchi miei, che in pochi iſtanti Art. Di due Soli i rai vedeste, Del G 2 41 ATTO Del primier soffriste i vanti, Mà de l'altro à i raggi ardeste. Vago Sole, io mi confondo, E i tuoi pregi à pien non suelo, Sò che l'huomo è vn picciol Mondo, Mà la donna è vn picciol Cielo. Art. Signor già pronto, e di bell'ira acceso Fà sua legge i tuoi cenni il Campo accolto, Ed a recare inteso A l'auuerſa Città rouine eſtreme Armi, armi grida, inuitto Duce, e freme. Art. Le grand'imprese il tempo sol matura, E chi desia pugnando Del nemico ottener palma sicura Pugni pria col pensiero, e poi col brando. Quando in mar propitio ha il vento Arc. Il nocchier sciolga le vele, Che non offre ogni momento L'aureo crin sorte fedele. Quando in mar &c. SCENA XIII. Idaſpe incatenato, Artide, Arconte. Id. Idaspe, oh quanto Art. Gioisco in rinuenirti. Id. Quanto, quanto a miei ſpirti Figlio, il mirarti è caro. Art. Mà qual destino auaro T'auuolse il piè trà lacci rei. Id. Quel Fato, Che SECONDO. Che ordì le mie catene, Prepara a danni tuoi l'ultime pene. Art. Come? Id. Suelarti è tempo Di tua condition l'esser verace, Talestre già Regina De l'amazoni inuitte, E il Macedone Eroe ſol de Regnanti Genitori tu vanti. Nascesti, e come al viril sesso auuersa De le Amazoni impon legge tiranna, Veniui a pena nato A morir destinato, Ma non soffrì la genitrice amante Così barbaro scempio, onde bambino Per man di fida Ancella Presentato a me vieni, allor, ch'errando Esule di Sarmatia Traſcorreua di Scitia i boſchi annoſi, A fin che în antri ascosi La dolce aura vital per me respiri, Ne mai del Sol gli ardenti rai tu miri. Art. Ma che strano rigor la Madre astrinse A vietarmi del Sol l'amabil raggio? Id. Predetto hauea del biondo Appollo il Nume. Che qualor del ſuo lume Vedeui il lampo balenar primiero, De l'Amazoni estinto Toſto cadrebbe il terminato Impero. Art. Caderà, perirà l'infausto Regno. Caderà, ma nel mio core Crescer sento vn dolce ardore, Che in pietà cangia lo sdegno. Id. Oh qual mortal periglio 43 Arti ATTO Artide, a te sourasta; Or non men che il valor d'huopo è il conſiglio. Già di tormenti à forza Venni i tuoi caſi a diſuelar coſtretto A l'empia Mitilene, Che de l'Armi nemiche Il comando sostiene. Art. Mitilene? e che sento? Id. E già la cruda Medita contro te scempij mortali. Tù l'ire sue preuieni. E chi la morte a te deſia ſi ſueni. Art. Come possibil fia? Id. Ne l'antro, doue Chiuso sin'or viuesti S'interna occulta via, che scorge appunto Di Mitilene a le segrete stanze: Cauò Talestre il sotterraneo calle, Per agio hauer di vezzegiarti infante; E per questo sentiero Mi tolsi prigioniero Di Mitilene a le guardate soglie, Per additarti come Potrai furtiuo ageuolar l'impresa. D'uccider l'empia, e preuenir l'offesa. vuolpartire. Art. Perche sì ratto a me t'inuoli, Idaspe? Id. Per l'istesso sentiero, D'onde a te venni il mio ritorno affretto Per non voler, che la mia fuga accreſca Di Mitilene al cor ombra, e sospetto. parte. Art. Sento a l'alma vn nuouo affetto, Che nel petto Sempre più cresce, e s'auanza, Dourebbe esser timore, ed e speranza 2. Da de dans les landes= u. StadtBibliothek Dosseldorf SECONDO. Da l'orror d'ombroso ſpeco Doue cieco Sospirai del Ciel l'imago Spero giungere a i rai d'vn Ciel più vago. SCENA XIV. Galleria. Mandane, e Licandro. Mand. O Veste di Mitilene Sono l'intime stanze, Qui tacito t'ascondi, e quando scorgi Tempo opportuno a la grand'opra, allora stringi ferro omicida, e l'empia mora Lic. Ogn impresa più graue Se in tua virtù s'adempie, è a me soaue. Mand. L'onor, che più aggrada E onor di vendetta Per stringer la spada Lo Scettro ſi getta. 2. Se ſtilla ruggiade Il Ciel non si teme: Se vn fulmine cade Allora si geme. XV. SCENA Licandro solo: Oue, doue guidate. Lic. Cieco Amor, cieca forte vn cieco Amante? Omicida vn Regnante, Tra 1 T Traditor un Guerrier, render tentate? Mandane, io t'amo è vero; Ma per te non già tanto oblio me stesso Che voglia esecutor d'infame eccesso Far rea la man, se delirò il pensiero Licandro per te brama Perdere il Regno, e'l cor, ma non la fama. Oh quanto è crudele A vn Alma fedele; Amore, il tuo foco; Se ancor non vi si more, ardere e poco. Ma sogno, ò pur son desto? in queste soglie Come altr'huomo s'accoglie? SCENA XVI. Artide, Licandro. Art. Er l'ignoto ſentier de l'antro aſcoſo da se Ecco pur giungo al mio bel Sole in braccio, Ma che miro, che veggio! Come altr'huom qui dimora? Io son di ghiaccio. Lic. da se Se dal rigido petto Esclude Mitilene Ogn'ombra ancor d'affetto, Questi, che qui s'aggira, Amante di Mandane esser conuiene. Art. Ardo d'vna giust'ira. da se Lic. Resta da giusto sdegno il core oppresso. Art. Infida Mitilene. dase Lic. Incostante Mandane. da se à 2. Ah instabil sesso. Lic. Intendo della Rea l'arte sagace, da se . 1 . Mi SECONDO. Mi brama qui celato, Per poter da me lungi Meglio stringere al sen l'idolo amato; Mà l'empia à rinuenir le piante affretto, Per far del suo diletto Remora le mie pene. parte. Art. Barbara Mitilene . Intendo i tuoi rigori, Per poi meglio tradir, prima innamori. SCENA XVII. Mitilene, e Artide. Mit. DOme pur or da fida Ancella intesi da se Ecco l'occulto Amante Quel che Mandane entro la Regia asconde Mà che veggio? riconosce Artide. Art. Incostante Nò non restar di sasso, Immobile, e confusa, Che il teschio di Medusa Il ciglio tuo non vide. Mit. Ma vn Demone mirai, mirando Artide. Allor che m'accendesti Tu m'esponesti il ver; fù mio l'inganno D'esser mio promettesti, E pur troppo sei mio, mà mio tiranno. Art. Deh non voler, che infruttosi accenti: Ritardin quei contenti, Che d'altr'amante in sen ti serba Amore. Mit. Và, che le tue dimore Mandane già riprende, La Bella, che ti attende A ristorar d'ardente amor le faci. Art. ATTO Art. Taci perfida, taci, E condanna in te stessa il tuo desio D'hauer con modi insidiosi, e scaltri, O altrui dato quel cor, ch'era già mio, O me dato quel cor, ch'era già d'altri Art. Torna torna, ò sdegno antico, Noue furie à l'Alma ispira Art. Non più amante, mà nemico Voglio al cor sol fiamme d'ira. 2. Mit. Per fuggir d'Amor gl'inganni Art. Perche Amor più non m'accenda. Sol d'Amor riserbo i vanni, Mit. Sol desio d'Amor la benda, Art. SCENA XVIII. . Stanze Turpino, e Tisbe. Turp. TIsbe, la sorte al nostro amor contraria Mi sforza à mutar aria. Qui Mandane barbotta, Licandro si lamenta, E Mitilene fiotta: Onde Turpin qualche gran mal pauenta. Tisb. Se sicuro esser vuoi d'ogni rumore Vngiti col liquore, Che poco fà ti hò dato. Turp. Fammi il seruitio tu Tisbe mia cara, Ch'io non sono informato Come in opra si metta. Tisb. Dammi quà l'ampollina. Turp. Eccola. Tisb. L Lendes= u. StadtBibliothek u. StadtEbliothek Desseldorf D SECONDO. Tisb. Aspetta. Turp. Fà pur quel che ti pare. Tisb. Ti vien voglia di niente? Turp. Di volare. Tisb. Stà forte, non temer Turp. Che cosa è questa? Tish E vn'ala Turp. E questa? Tisb. E vn'altra. Turp. I miei stinchi, il mio petto Come cangiano aspetto; Doue son le mie braghe, e il mio giuppone? Ohimè Turpin diuenta vn Nottolone. Quì viene vn Caprone, che conduce in aria Turpino trasformato in Nottola. Tisb. Non chiamare il tuo Destino Crudo, perfido, e maligno, Che se in Nottola Turpino S'è cangiato, Gioue ancor s'è trasformato Per suo spasso in Toro, e in. Cigno. INTERMEzzo SECONDO. Si muta la Scena, e ſi vede la Campagna colla noce di Beneuento, doue dal Caprone è portato in aria Turpino in forma di Nottola, intorno à cui vanno diuerſi Moſtri ridicoli, che formano varij balli con molte trasformationi. ATTO H 2 Mit. Mand. TO 1 SCENA PRIMA. Cortile con Colonnate, Mitilene sola. Al'accorte pupille incauti lumi Voi sol voi siete ī rei, Che turbaste del cor la prima calma: Venni, vidi, e perdei; ma che perdei? Perdei la libertà, la pace, e l'Alma, E reſtando per voi dal duolo oppreſſa Tutto perdei, perche perdei me stessa. Se tu voli ape romita Di bel Prato entro i confini, Ogni rosa a ber t'inuita Perle in conche di rubini. 2. Ma se rapido il mio core Corre a i fior d'vn bianco seno, Diuenuto aspe d'amore Sol ne trae freddo veleno. Ma qui giunge Mandane. Il mio cordoglio Vuò, che pur anche i ſuoi penſieri affligga E che il geloso strale, Che trafigge il mio core il ſuo trafigga. SGENA II. Mandane, e Mitilene. Itilene e qual pena Al tuo sembiante il bel sereno a tolto? Mit. landes- u. S. Bibliothek □ Düsseldorf Bibliothek Düsseldo TERZO. Mit. Quando lacrima il cor non ride il volto. Mand. Espor non ti sia graue Quale affligga il tuo cor pensier tiranno. Si ſcema il duol col paleſar l'affanno. Mit. Ah Mandane, ah Regina, i tuoi deliri Crudi autori ſi fanno De gli aſpri miei martiri Quell'occulto amator, che in queste soglie Da' tuoi ciechi desiri Ad onta mia s'accoglie, E quel chiuso tormento, Che mi lacera il seno: Mand. da se. Oh Dio che sento. Mit. Ne le mie stanze ascoso Tentò l'audace i miei pudichi affetti, E con vezzi, e con detti Le fiamme di Cupido Nel freddo cor pensò destarmi, Mand. da se. Ad infido. Numi, che il Ciel reggete, Mit. Se giusti siete, Perche de l'empio Scempio non fate? Ma voi bramate Che le veci del ciel contro l'indegno Faccia amore in Mandane, in me lo sdegno SCENA III. Mandane sola. Mand. SE Licandro è infedel, come non moro Co T 0 4 7 Come viuer poss'io Se il bell'Idolo mio La fè, che à me giurò pose in non cale? Licandro disleale: Spergiuro, empio, incostante. Ah che in dirti incostante incauta errai, Perche non fosti mai, Mà fingesti crudel d'essere amante. Se col tuo core ò ingrato D'amarmi or ti pentisti, Mio Tiranno adorato, Amami almen col mio, che à me rapisti. E se il mio core ancora Diuenne in te crudele, Rendilo à me, che allora Abborrir ti potrò come infedele. SCENA IV. Tisbe, e Turpino. En tornato Turpino, Tis. E ben che te ne par? non è vn bel gusto Far sì lungo camino Senza che il Vetturin ti chiegga vn pauolo Turp. E' vn gusto da diauolo In forma d'animale Con la coda, e con l'ale Trottar per aria, e dar de' calci al vento, E poi per compimento Trouarsi in compagnia di Belzebù, E' vno spassin, che non si può far più. Tis. Da ciò comprendi il mio poter qual sia Ch'è tal la virtù mia, Che TERZO. Che in vn momento io posso Farti venir tutto l'Inferno addosso. Turp. Questo è il premio, che dai A chi per te ſoſpira arſo, e trafitto? Tis. Auuerti à quel che fai, Che ſe non ari dritto Sarai buon testimonio, Che la Donna, e il Demonio Hanno tra loro vn'amicizia soda, E che sol si distinguono a la coda. Il Demonio può di poco Vna femina auanzar; L'uno, e l'altra accendon foco, Ambedue san tormentar. De le corna poco importa, S'vn le tien, l'altra non l'hà, Il Diauolo le porta, Mà la femina le fà v. SCENA Turpino solo. Turp. Egli huomini volessero Imitar del'Amazzoni i disegni, E come da i lor Regni Queste scacciano ogn'huomo, Così da i Regni loro Gli huomini diſcacciarle ancor ſapeſſero. Sarebbe quel Paese, Che Donne in ſe non ſerra Vn pezzetto di Ciel caduto in terra. Mà 7 Ma se dir voglio la verità, Non è la Donna che sia così, L'uomo, che è schiauo de la beltà La fà Padrona del nò, e del sì. Labro, in cui ride l'ostro e'l rubin, Se vn Mondo chiede, non chiede in van Che quando supplica vn bel visin, Ha d'ogni core l'arbitrio in man, SCENA VI. Suburbana. Artide, e Arconte. Art. Rconte, come vdisti, al Nume Arciero 1 Meco pur' anche esercitar gli piacque Il Tirannico Impero; Ma s'estinse il mio foco il dì che nacque Arc. Strano incontro narrasti Art. Io stesso or ora Di Mitilene entro le stanze ascoso Vidi vn'huom far dimora. Arc. Che risolui, Signor? Art. Scempij funesti Far del sesso mendace, Che d'Amore a la face Ostenta il cor ferocemente auuerso; Ma con pensier diuerso . Forse poco gli sembra vn vago solo, Ma gli amanti sospira a stuolo a stuolo. Arc. Ch'ogni bella il cor giocondo Habbia sol quando è trafitto Da Z 0. Da lo stral del Dio bendato, E vn diletto auuenturato Che sostiene in vita il Mondo. Art. L'amare io non condanno, Detesto sol l'infedeltà, le frodi. Art. Natura amare insegna, Gelosia de l'amar restringe i modiArt. Amano ne le selue Tigri, e Leoni, Orche, e Delfini in mare, Ma nel modo d'amare Si distinguon trà loro huomini, e belue; Si debelli, si vinca il sesso infido, Che a l'Impero de l'huom reſo ſoggetto D'ogni mal nato affetto Tosto moderarà le voglie altere; S'vmanano trà i lacci ancor le fiere. Superbo Destriero Del freno già scarco Indomito, e fiero I campi trascorre, E aborre ogn'incarco. Ma quando si regge Con redine, e sprone, L'orgoglio corregge, E a vn ombra di verga Le terga soppone, SCENATVII. Licandro, Idaspe, Turpino. Aſcia, Signor, che ſul tuo Regio piede Id. Testimonij di fede Imprima mille baci il cor diuoto. Lic. Sorgi, e dimmi chi sei veglio fin ora Ala 0 A le mie luci ignoto . Id. E non rauuisi ancora Al volto esangue, e di pallor vestito Idaspe suenturato? . Quel bersaglio del Fato, . Reo senza colpa, e senza error punito. Lic. O con qual lieto ciglio 1 Ti miro Idaspe, e se mortal liuore Fè, che il mio Genitore . T'astringesse a soffrir molesto esiglio Compenserà le tue suenture il figlio. Turp. Pouero Galantuom com'è distrutto. 1.5.74 Par giusto vn lanternon, che faccia gialla, In somma è cosa chiara, Che in vna polledrara . . Un sol stallone a lungo andar si spalla. Id. A miglior tempo, ò Sire Le mie strane auuenture vdir consenti, Di Mitilene in tanto a l'onte, e a l'ire, Come Mandane impon sottrar conuienti; Già Mitilene irata La tua dimora in questa Regia intese, E già mortali offese Tutta fierezza a danni tuoi destina; Onde guari non è, . M'impose la Regina 1 D'inuolarti furtiuo a queste soglie, A fin che l'empie voglie Mitilene non sazj. Con gl' estremi tuoi strazij Turp. Signor non più dimore, andiamo, andiamo. Toglianci da le man di queste Arpie, Id. Per sot terranee vie Libero d'ogn'Insulto R Z 0. 57 Te col tuo ſeruo io di ſottrar prometto. Turp. Che sij pur benedetto. Lic. Idaspe mal consigli, Ch'io sol di mia saluezza Debba cercar la più sicura via, E in tanto infrà gli artigli Di barbara fierezza Mandane abbandonar, ch'è l'Alma mia, S'armi la sorte Pur contro me, Che vn cor sì forte Amor mi diè Che non pauenta Dardi, che auuenta L'arco di morte. Turp. E ancor non vi souuien, che poco fa Contro costei diceste Vn mar d'infamità, Allor che v'auuedeste, Che nascosto teneua vn'altro Amante. Lic. Quanto è infida Mandane, Io son costante. Id. Troppo è duro il cimento, a cui t'espone. Vn amoroso ardire. Turp. Eh si lasci seruire. Lic. Un pensiero a la partita Sprona il piè, l'altro l'arresta Ed a forza il cor qui resta, Perche a l'alma ei sente dire, Che laſciar la propria vita E l'istesso che morire. Sia fedele, ò senza fede Che Mandane è il sol che adoro, E non bramo altro ristoro I 2 Per ATTO 5.83 Per temprar gl'incendij miei, Che ſperar quella mercede, parte. Che non hò, mà hauer dourei. SCENA VIII. Turpino, e Idaspe. Turp. H che pazzo, ò che pazzo! e questi sono Quei, che cieca Fortuna inalza al Trono? Rasserena il pensiero Id. Per occulto sentiero Vuò, che al Campo tu giunga, e rechi auuiso, Che aſcoſo in queſte ſoglie il Rè dimora Turp. Andiamo pur, mi par mill'anni ogn'ora. . Id. Odi, in suo nome esponi A i Sarmati Campioni, Che s' accinga ogni ſchiera Per dare ad vn suo cenno L'vltimo assalto à la Cittade altera. Turp. Tutto farò quanto m'imponi appunto Id. Oggi al suo fine è giunto De l'Amazzoni il Regno. E in breue ò Amore, ò sdegno Dimostreran, che vane Sono l'industrie vmane, Per distornar ciò che l'eterna mano In sù le sfere à note d'oro hà scritto: Il Fato d'ogni Regno è in Ciel preſcritto. Chi studia, e pauenta Gl'Influssi de gli astri, L'ingegno tormenta, Non schiua i disastri, Te Dageldorf lamo Fontana del UND STA Tis. TERZO. Temere gli euenti D'ignote auuenture E vn farsi presenti L'angoscie future. IX. SCENA Tisbe, e Mitilene. CH Signora di gratia Non mi state à negar quel ch'è palese Sia fortuna, ò diſgratia, Anche voi col ſuo foco Amore acceſe. Non gioua il dir di nò: Che quel parlar da voi, Quell'ammutirsi, e poi Sparger ſoſpiri ardenti, Sono segni euidenti, Che Amor ve la sonò. Non gioua &c. Mit. Taci, Tisbe, deh taci, e non volere Rinouar nel mio core Quell'acerbo dolore, Cui per dar fin l'istessa morte inuoco, E distinguer non sò, s'è gelo, ò foco. Vorrei ſaper che ſia Quel duol, che l'Alma sente. E vn pò di gelosia, Tisb. Mà credetemi pur, che non è niente. Chi t'intende, ò Gelosia. Mit. Nasci in mezzo à le fauille E di gel mi ſpargi il petto, Figlia sei d'vn cieco affetto, E aprir ATTO E aprir fai tante pupille Quante à pena Argo ne apria. Chi t'intende &c. Tisb. Costei Licandro adora, da se E proua vn gran martello, Perche Mandane è di Licandro amante. Voglio però tentare vn colpo bello. Mit. Che fauelli fra tè? Tisb. Nulla Signora: Penso, che se potessi Farui i miei sensi espressi, Non soffrireste già tanti tormenti. Mit. Parla, di che pauenti? Tisb. Signora, voi pensate Che l'amico, che tiene Vostra sorella in questa Reggia ascoso Per lei d'amor si strugga, e v ingannate. Arde per Mitilene; Per voi proua nel core Vn diluuio d'ardore, vn mar di pene. Mit. E pure in queste soglie. Da Mandane ei s'accoglie. Tisb. Col mezzo di Mandane in queste mura Ageuolar pensò l'ambito ingresso, Mà la ſua cinoſura Fù il tuo bel viso entro il suo core impresso. Quegli occhetti traditori Neri sì, mà risplendenti, Calamite son de' cori, Son d'Amor fulmini ardenti. Mit. Se il ver mi fai palese Chi di me più felice amore accese? Tisb. Già che à me non credete, Fra poco ne' suoi detti Vuò che scorgiate i suoi sinceri affetti. Mit. 61 TERZO Mit. Tisbe, deh per pietà Opra, che ascolti i suoi diuini accenti L Tis. Datemi tempo so pochi momenti. da se. Questo è l'vnico modo, Perche senza tormenti La Regina Licandro al sen si stringa, Far che d'amar costei Licandro finga. parte SCENA X. Mitilene sola. DAr che ritorni in vita Mit. La speme, che languia de' miei contenti, Speme, che nacque allora Che in quel d'Artide il ciglio mio s'auuenne E di due sguardi vn guardo sol diuenne. Se talor curiose pupille A vicenda s'inuiano gli sguardi, Allor nascon le dolci fauille, Che d'Amore raffinano i dardi. Son di Pindo lusinghe fiorite Dir che Amor tanti fulmini scocchi, Non son altro d'Amor le ferite, Che vn'incontro reciproco d'occhi. SCENAXI. Mandane. . Mand. Telle, lingue del fato, occhi del Cielo. Voi che d'ogni pensiero I più riposti arcani ancor scoprite, Deh 7 0 Deh per pietà mi dite, Licandro il mio bel Sol nutre nel petto Vario, ò stabile asserto? Per eſplorar di Mitilene il core A questa, ch'è di lei l'intima stanza, Mi guida vna speranza, Che già comincia à diuenir timore Se al desio dico, che speri, Mi risponde, che non può: Che per far, che in duolo eterno Soffra l'Alma vn vero Inferno Cruda ſorte à i miei penſieri La speranza ancor vietò. Se al desio &c. . Mandane va ricercando Mitilene per la Scena. . SCENA XII. Licandro, e Mandane. Lic. Erche il cor non più sorte da se. Sia di Mandane adorator costanto Come da Tisbe appresi, Mi fingerò di Mitilene amante Mentre Mandane ricercando Mitilene non è veduta infaccia da Licandro, e sopragiunta dal medeſimo, che credendola Mitilene le dice. Lic. Mitilene mio Nume Si turba auuedendosi ch'è Mandane. Oh Dio che miro? Mand. Miri, Barbaro miri Non quel Nume, che adori Mà quel Nume, che, oltraggi. Lic. Ascolta 4. Mand. TERZO Mand. Taci Lic. Errai Man l. E' vero crrasti, Perche trouar sperasti Vn Nume e ad incontrar poi venghi astretto Chi per te d'vna furia Hà più deforme il mal gradito aspetto. Lic. Bella, e chi mai presume Mand. La bella io sono, e Mitilene è il Nume. Lic. Regina, per pietà. Mand. Quella pietà, che d'ottener tu credi, Al Nume, che inuocasti, ancor la chiedi. Lic. A te sol mio bel Nume Vittima offrir se stesso il cor promette. Mand. Nume sarò, mà per vibrar saette. A battaglia, à battaglia Amante infido Non più sguardi, e non più vezzi, Che in vendetta à i miei disprezzi Le tue ſchiere in Campo io sfido. A battaglia &c. Alle stragi, a le morti ingrato amante Al partir le piante affretta, Che già porge alla vendetta parte I suoi dardi il cieco Infante. Alle stragi &c. Lic. Partirò, fuggirò, mà ancor fuggendo Aſcriuerò à mio vanto Trionfar di quel Sol, che il sen mi strugge, Ne le guerre d'Amor vince chi fugge. Per trionfar del core Di rigida beltà. Il cedere è valore, Fortezza la viltà Bel 2. Bellezza, che s'auuede Esser del Cielo vn don, Si rende à chi le cede, Resiste à chi s'oppon. SCENA XIV. Campagna con Padiglioni con Soldati Sarmati. Arconte, Artide, Turpino. Arc. QVnque, oh lieta nouella, Viue il mio Rè? Art. Licandro viue. Turp. Or ora Lo vedrete venire, da se. E sarà peso mio farti chiarire. Arc. E si lunga dimora In qual parte il Rè trasse? Turp. Amor fù quello, Che gli offuscò il ceruello, E in Temiſcira entro la Reggia il poſe. Art. Di Mitilene amante A gran cimento vn Regnator ſi eſpoſe Turp. Eh lei non la sà tutta Mandane è quella fiamma, Che del pouero Rè l'alma ha distrutta. Arc. Mandane la Regina? Turp. Appunto quella. Art. Dir vorrai Mitilene. Turp. O questa si ch'è bella Io vi dico Mandane, e dico bene, Arc. Ma Licandro à qual fine Di Mitilene entro le stanze è giunto Turp. TERZO Turp. Oh questo è vn altro punto. Mà qui nouella tal come s'inteſe? Art. Tutto à i Grandi è palese. Turp. Mandane ve l'ascose, E d'uccider l'impose Mitilene, che sempre a i loro affetti Disturbi hauea recato; Ma per hauer trouato Altr'huomo in quelle stanze, Nacquero fra di loro ombre, e ſoſpetti: Onde a dirui m'inuia, Che in ordine l'eſſercito ſi metta, Per far de torti suoi giusta vendetta Par che manchi a poco a poco Art. Nel mio sen la gelosia, E già sento il primo foco Sfauillar ne l'Alma mia Fugge rapida ogni noia, Che destò freddo timore Or, che in lacrime di gioia Sidiſciolgie il gel del core. XIV. SCENA Licandro, e sudetti. OLà chi tanto audace Lic. Vſurparſi preſume De l'armi di Licandro il gran commando? Art. Chi seguendo il voler del Biondo Nume Soggetta in guerra, e in pace Al tuo cenno real l'arbitrio, e'l brando. Lic. da se. Se il ciglio non delira, Que2 TTO A Questi di Temiscira Vidi poe'anzi entro la Reggia accolto. Che maestoso volto! Art. La tua muta fauella intendo, ò Rè. Di mirarmi à tuoi piè stupido resti, Mentre guari non è, Di Temiſcira entro la Reggia aſcoſo Di Mandane geloso Tuo riual mi credesti, Quand'era Mitilene De l'acceso mio cor la bella spene. Lic. Hò del tuo cor pictà; Che amar sempre è suentura Mà è sorte troppo dura Amar cruda beltà. Art. Quell'immensa beltà, cui si concede Inuolar anco al Sol d'vnico il vanto, Tutta amor, tutta fede A.rse a gl'incendij miei, pianse al mio pianto Di reciprochi affetti Sol vana gelosia col suo rigore Intepidi 1 diletti, Mà ancor la gelosia figlia è d'Amore Lic. da se. Fauella si gentil, che dolce Impero Tien su gli affetti miei. Turp. da se. Che quaglia ch'e costui. Lic. Scoprir vorrei Di tua condizion l'esser sincero. Art. A le tue Regie piante, Signor, vedi proſtrato De l'inuitto Alessandro De l'Eroe, che a gran senno vni gran sorte Vn figlio suenturato, Suenturato, ma forte, Che S P. Petrocei . T DauchsDID STADT DILOTIEN DUIS DOR T Girolamo font. 0.67 TRE ROZO. Che di gran Genitore Ereditò se non gli Scettri, il core. SCENA XV. Idaspe, e li sudetti. Io Rè, non più dimore, Id. In ſembianze feroci D'archi, e di strali armate L'Amazzoni sdegnate Corrono à far di noi vendette atroci, E la Regina, e Mitilene à gara, Non cessan d'esclamar con voce altera Mora mora Licandro, Artide pera. Turp. A le mani Signori, Presto presto à chiarir queste ciarliere, E fategli vedere Nel lasciarle trafitte, e stese al piano, Che son braue di lingua, e non di mano. Lic. Piagar l'Idolo mio. Ferir la Dea che adoro Art. Pria di morir desio. Lic. Solo in pensarui io moro. Art. SCENA VLTIMA. . Mandane, Mitilene, Tisbe, Ammazzoni armate, e li sudetti . . . Mand. PErfidi. Mit. 4 Menzognieri. . . Mand. Empij. . Mit. Tiranni. Lic. Fide. Art. AT T 0 Art. Costanti. Lic. Stabili. Art. Leali. Mand. Mostri d'infedeltà Mit. Fabri d'inganni. Lic. Imagini del Ciel. Art. Diue mortali, Mand. Questo cor, ch'oltraggiaste. Mit. Quest'Alma ch'irritaste. Mand. Fieri scempij desia. Mit. Di stragi è vaga. Lic. Ecco il petto. Art. Ecco il sen. Lic. Ferisci. Art. Impiaga. Mand. Mitilene à che tardiMit. Mandane à che dimoriMand. Perche non vibri i dardi? Mit. Come s'intepidiro i tuoi furori? Mand. Chi placa il tuo rigore? Mit. Chi frena la tua destra. Mand. à 2. Amore, Amore, Mit. Le cadono l'arme dalle mani. Lic. Art. à 2. Vieni, ò cara, e se infido mi credi Lic. Aprimi il petto, e vedi Art. Aprimi il seno, e mira A 2. Arſo da' tuoi begli occhi il cor che ſpira. Mand. Dunque fido à me sei? Mit. Dunque tù m ami. Lic. Per te l'alma si strugge, Art. Io per te moro Mand. Io Licandro idolatro. Mit. TERZO 69 Mit. Artide adoro. Arc. Cessino omai gli sdegni, e vada altero Di Mitilene il vago labro, e il ciglio. Che di Alessandro, e di Taleſtre il figlio Qui d'Amor stabilisca il dolce Impero. Lic. Gioisca ogn'alma, e mentre Mandane Amore destina De' Sarmati Regina, Con nodo in Ciel ordito A Mitilene vnito Artide imperi al Termodonte in riua Quì di mirto, e d'oliua Lieto amor, bella pace ornino il crine. Esfauillin d'amor l'Artiche brine Turp. Ma giàche godon tutti Sol Turpino hà da stare à denti asciutti. Voglio moglie ancor' io, nò, non burliamo Tis. Venga, che l'accettiamo Per nostro dilettissimo Consorte. Mit. O dolcezze Art. O contenti Mand. O gioie Lic. Osorte Apparisce la Fama con Imeneo sopra Carro lumeggiato d'oro tirato dal Cauallo Pegaseo. Fama. Risuonin festose Del Tebro le riue, E a i lampi immortali Di Tede Reali Germoglin le rose Fioriscan l'oliue. La Fama io son, che mentre Con Regia pompa in lieti carmi inteſi De l'Amazzoni inuitte Ri Ridir gli sdegni, e rammentar gli amori, D'Amazzone nouella Per cui gli antichi onori Al Manzanate il Termodonte hor cede, Vengo sul Tebro à publicar le tede, E con le tede à far palesi i vanti Di CARLO, e MARIANNA, Già Regij Sposi, e coronati Amanti. Più bel laccio in Ciel ordito Imeneo da te non fù, Il cui nodo hà in terra vnito Gran valore, e gran virtù. Al cui laccio fecondo Di sostener vien dato Di tanti Regni, e di due Mondi il fato. Tu, ſanto Amor, le cui pudiche faci Fanno il Mondo immortale, Tu gli encomij veraci De la Coppia Reale Vanne à rapir dal biondo Nume in Cielo, Indi con larga mano Spargi de' faſti Ibèri il ſuol Romano. Imeneo vola in Cielo à prendere varie composizioni, indi torna à ſpargerle per il Teatro. Forti Amanti, vezzose Guerriere, Or che l'ire cangiaste in amore, Eſprimete col ballo il piacere, Che nudrite racchiuso nel core, E mouendo à le danze i piè feſtoſi Date omaggi di gioia à i Regij Sposi. Segue il ballo di Amazzoni, e Soldati Sarmati, e si dà fine all'Opera. V. N. ⵙⴶⵏ