DELL'ENEIDE54Mia patria, or di pietà degna, e di piantoFosse per man de' greci arsa, e distrutta;E qual ne vidi io far ruina, e scempio.Ch'io ſteſſo il vidi: ed io gran parte fuiDel suo caso infelice. E chi sarebbeAncor che greco, mirmidone, e dolopoCh'a ragionar di ciò non lagrimasseE gia la notte inchina, e gia le ſtelleSonno, dal ciel caggendo, a gli occhj infondono;Ma se tanto d'udire i nostri guai;Se brevemente di ſaper t' aggradaL' ultimo eccidio, ond'ella arse, e cadèo;Benche lutto, e dolor mi rinovelle;E sol de la memoria mi sgomenteIo lo pur conterò. Sbattuti, e stanchiDi guerreggiar tant'anni, e risospintiAncor da' fati i greci condottieri;A l'insidie si diero. E da MinervaDivinamente instrutti, un gran cavalloDi ben contesti, e ben confitti abetiIn sembianza d'un monte edificaro.Poſcia finto, che ciò foſſe per votoDel lor ritorno; di tornar ſembianteFecero tal, che se ne sparse il grido.
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