208—DELLA CORNACCHIA, ET LA PECORA.A Cornacchia ueduto hauea nel pratoLa pecorella, e gran deſio le uenneDi trauagliarla, e trastullarsi seco;E di quella uolò tosto sul dorso,E gracchiando, e mordendole le orecchieLa dileggiaua, e ingiuria le facea.La pecorella, che non ſapea comeDa lei sbrigarſi, ſol questo le diſſe.Se tu maluagia ciò facesti al Cane,De l'insolenza tua ben ti dorresti,Ben t'auuedreſti de la tua pazzia,Ne lungamente te n'andresti altera.Ella rispose. Ben io sollo ancora,E ben conosco ciò ch'io faccio, e à cui:Però non temo di darmi ſolazzoCon teco ſciocca, e fà pur ciò che puoi.Cosi l'uomo insolente ancorche uileA chi non sà ne può mostrarsi rioDà spesso impaccio: che l'enigno e pioL'intende, e che non suol cangiar suo stile.Contra bontade ogni viltate è ardita,
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Cento favole morali de i più illustri antichi, & moderni autori greci, & latini ...
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