LIBRO DUODECIMO. 311E i pensier son diversi? Ecco Mesapo,Che per lo campo discorrendo intantoD'improviso l'incontra. E siccom' eraD'una coppia di dardi a la leggieraNe la sinistra armato, un ne gli trasseDritto sì; che ferìa: se non ch'EneaGli fece ſchermo, e rannicchiato, e ſtrettoChinossi alquanto. E pur ne l'elmo il colse,E'l cimier ne divelse. Irato surse,E poiche da' nemici attorneggiatoSi vide, e che i cavalli eran di TurnoDi gia spariti: a Giove, a i sacri altariDel violato accordo, e de l'insidieMolto si protestò: poscia tra loroGittossi impetuoso, e strazio, e strageProsperamente ovunque si rivolseNe fece a tutto corso. E senza frenoSi diede a l'ira, ed a la furia in preda.Or qual nume sarà, ch'a dir m'aitiLe tante occisioni, e sì diverseChe di duci, e di schiere, e di falangiFecer quel giorno, Enea da l'una parte,Turno da l'altra. Ah Giove, sì crudele,Si sanguinosa guerra infra due genti,VIII
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