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T. 2 (1771)
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CANTO VIGESIMO.LIII.Gli Arabi allora, e gli Etiopi, e i Mori,Che l'estremo tenean del lato manco,Giansi spiegando e distendendo in fuori:Indi giravan de' nemici al fianco.Ed omai sagittarj e frombatoriMolestavan da lunge il popol Franco;Quando Rinaldo e'l suo drappel si mosse:E parve che tremoto, e tuono fosse.LIV.Assimiro di Meroe, infra l'adustoStuol d'Etiopia, era il primier de' forti.Rinaldo il colse ove s'annoda al bustoIl nero collo, e 'l fè cader tra' morti.Poich' eccitò della vittoria il gustoL'appetito del sangue e delle mortiNel fero vincitore, egli fè coseIncredibili, orrende, e mostruose.LV.Diè più morti che colpi; e pur frequenteDe' suoi gran colpi la tempesta cade.Qual tre lingue vibrar sembra il serpente,Chè la prestezza d'una il persuade;Tal credea lui la sbigottita genteCon la rapida man girar tre spade.L'occhio al moto deluso il falso crede,E'l terrore a que' mostri accresce fede.V ij

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