⛪
CANTO DECIMONONO.LXXXIII.Anzi pregar ti vuò che, quando torni,Mi riconduca alla prigion mia cara.Torbide notti e tenebrosi giorni,Misera, vivo in libertate amara.E se quì per ispia forse soggiorni,Ti si fa incontro alta fortuna e rara.Saprai da me congiure, e ciò ch'altroveMalagevol sarà che tu ritrove.LXXXIV.Così gli parla; e intanto ei mira e tace;Pensa all'esempio della falsa Armida.Femmina è cosa garrula e fallace:Vuole, e disvuole: è folle uom che sen fida.Si tra se volge: or se venir ti piace,Alfin le disse, io ne sarò tua guida.Sia fermato tra noi questo e conchiuso:Serbisi il parlar d'altro a miglior uso.LXXXV.Gli ordini danno di salire in sellaAnzi il mover del campo allora allora.Parte Vafrin del padiglione, ed ellaSi torna all'altre, e alquanto ivi dimora.Di scherzar fa sembiante, e pur favellaDel campion novo, e se ne vien poi fuora:Viene al loco prescritto, e s' accompagna:Ed escon poi del campo alla campagna.
271