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T. 2 (1771)
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261
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CANTO DECIMONONO. 261LIII.Tacque: e poi se n'andò là dove il ConteRiavuto dal colpo anco ne geme.Nè Soliman con meno ardita fronteAi suoi ragiona, e 'l duol nell' alma preme:Siate, o compagni, di Fortuna all'onteInvitti, infin che verde è fior di speme:Chè sotto alta apparenza di fallaceSpavento, oggi men grave il danno giace.LIV.Prese i nemici han sol le mura e i tettiE'l volgo umil, non la Cittade han presa:Chè nel capo del Re, ne' vostri petti,Nelle man vostre è la Città compresa.Veggio il Re salvo, e salvi i suoi più eletti:Veggio che ne circonda alta difesa.Vano trofeo d'abbandonata terraAbbiansi i Franchi, alfin perdran la guerra.LV.E certo i' son che perderanla alfine;Chè nella sorte prospera insolentiFian volti agli omicidj, alle rapine,Ed agl'ingiuriosi abbraeciamenti:E saran di leggier tra le ruine,Tra gli stupri e le prede oppressi e spinti,Se in tanta tracotanza omai sorgiungeL'oste d'Egitto: e non puote esser lunge.R iij