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T. 2 (1771)
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CANTO DECIMONONO.XVII.Alfin lasciò la spada alla catenaPendente, e sotto al buon Latin si spinse.Fè l'istesso Tancredi, e con gran lenaL'un calcò l'altro, e l'un l'altro ricinse.Nè con più forza dall'aduſta arenaSospese Alcide il gran gigante, e strinse,Di quella onde facean tenaci nodiLe nerborute braccia in varj modi.XVIII.Tai fur gli avvolgimenti e tai le scosse,Ch'ambi in un tempo il suol presser col fiancoArgante, od arte o sua ventura fosse,Sovra ha il braccio migliore, e sotto il manco.Ma la man ch'è più atta alle percosse,Sottogiace impedita al guerrier Franco,Ond'ei, che 'l suo svantaggio e 'l rischio vede,Si sviluppa dall'altro, e salta in piede.XIX.Sorge più tardi, e un gran fendente, in primaChe sorto ei sia, vien sopra al Saracino.Ma come all' Euro la frondosa cimaPiega, e in un tempo la solleva il pino,Così lui sua virtute alza e sublima,Quando ei ne gía per ricader più chino.Or ricomincian quì colpi a vicenda.La pugna ha manco d'arte, ed è più orrenda.

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