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T. 2 (1771)
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CANTO DECIMOSESTO.LXV.Misera Armida, allor dovevi, e degnoBen era, in quel crudele incrudelireChe tu prigion l'avesti: or tardo sdegnoT' infiamma, e movi neghittosa l'ire.Pur se beltà può nulla, o scaltro ingegno,Non fia vuoto d'effetto il mio desire.O mia sprezzata forma, a tes aspetta(Chè tua l'ingiuria fu) l'alta vendetta.LXVI.Questa bellezza mia sarà mercedeDel troncator dell'esecrabil testa.O miei famosi amanti, ecco si chiedeDifficil sì, da voi, ma impresa onesta.Io che sarò d'ampie ricchezze erede,D'una vendetta in guiderdon son presta.S'esser compra a tal prezzo indegna io sono,Beltà, sei di natura inutil dono.LXVII.Dono infelice, io ti rifiuto: e insiemeOdio l'esser Reina, e l'esser viva,E l'esser nata mai; sol fa la spemeDella dolce vendetta ancor ch'io viva.Così in voci interrotte irata freme,E torce il piè dalla deserta riva,Mostrando ben quanto ha furor raccolto,Sparsa il crin, bieca gli occhj, accesa il volto.

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