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T. 2 (1771)
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CANTO DECIMOSESTO.XXXV.Ed affrettò il partire, e della tortaConfusione uscì del laberinto.Intanto Armida della regal portaMirò giacere il fier custode estinto.Sospettò prima, e si fu poscia accortaCh'era il suo caro al dipartirsi accinto:E'l vide (ahi fera vista!) al dolce albergoDar frettoloso fuggitivo il tergo.XXXVI.Volea gridar: dove, o crudel, me solaLasci? ma il varco al suon chiuse il dolore:Sicchè tornò la flebile parolaPiù amara indietro a rimbombar sul core.Misera, i suoi diletti ora le involaForza e saper del suo saper maggiore.Ella se'l vede, e invan pur s'argomentaDi ritenerlo, e l'arti sue ritenta.XXXVII.Quante mormorò mai profane noteTessala maga con la bocca immonda:Ciò ch'arrestar può le celesti rote,E l'ombre trar della prigion profonda,Sapea ben tutto: e pur oprar non puote,Ch'almen l'Inferno al suo parlar risponda.Lascia gl'incanti, e vuol provar se vagaE supplice beltà sia miglior maga.

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