CANTO DECIMOSESTO.XXIII.Ride Armida a quel dir: ma non che cesseDal vagheggiarsi, o da' suoi bei lavori.Poichè intrecciò le chiome, e che ripresseCon ordin vago i lor lascivi errori,Torse in anella i crin minuti, e in esse,Quasi smalto su l'or, consperse i fiori:E nel bel sen le peregrine roseGiunse ai nativi giglj, e 'l vel compose.XXIV.Nè il superbo pavon sì vago in mostraSpiega la pompa delle occhiute piume:Nè l'Iride sì bella indora e inostraIl curvo grembo e rugiadoso al lume.Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra,Che neppur nuda ha di lasciar costume.Diè corpo a chi non l'ebbe; e, quando il fece,Tempore mischiò ch'altrui mescer non lece;XXV.Teneri sdegni, e placide e tranquilleRepulse, cari vezzi, e liete paci,Sorrisi, parolette, e dolci stilleDi pianto, e sospir tronchi, e molli bacj;Fuse tai cose tutte, e poscia unille,Ed al foco temprò dì lente faci:E ne formò quel sì mirabil cinto,Di ch'ella aveva il bel fianco succinto.
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