CANTO DUODECIMO.CI.Ma tutti gli occhj Arsete in se rivolve.Miserabil di gemito e d'aspetto.Ei, come gli altri, in lagrime non solveIl duol, che troppo è d'indurato affetto;Ma i bianchi crini suoi d' immonda polveSi sparge e brutta, e fiede il volto e 'l petto.Or mentre in lui volte le turbe sono,Va in mezzo Argante, e parla in cotal suonoCII.Ben volev'io, quando primier m'accorsiChe fuor si rimanea la donna forte,Seguirla immantinente, e ratto corsiPor correr seco una medesma sorte.Chè non feci, e non dissi? o quai non porsiPreghiere al Re chè fesse aprir le porte?Ei me, pregante e contendente invano,Con l'imperio affrenò che ha qui sovrano,CIII.Ahi che s'io allora usciva, o dal periglioQuì ricondotta la guerriera avrei,O chiusi, ov'ella il terren fè vermiglio,Con memorabil fine i giorni miei.Mà che poteva io più? Parve al consiglioDegli uomini altramente, e degli Dei.Ella morì di fatal morte, ed ioQuant' or conviensi a me già non oblio.ETomo II.
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