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T. 2 (1771)
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CANTO DUODECIMO.LXXI.E ben la vita sua, sdegnosa e schivaSpezzando a forza il suo ritegno frale,La bella anima sciolta alfin seguiva,Che poco innanzi a lei spiegava l'ale;Ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva,Cui trae bisogno d'acqua, o d'altro tale;E con la donna il cavalier ne porta,In se mal vivo, e morto in lei ch'è morta.LXXII.Perocchè 'I Duce loro ancor discostoConosce all'arme il principe Cristiano.Onde v'accorre, e poi ravvisa tostoLa vaga estinta, e duolsi al caso strano.E già lasciar non vuole ai lupi espostoIl bel corpo che stima ancor Pagano.Ma sovra l'altrui braccia ambi gli pone,E ne vien di Tancredi al padiglione.LXXIII.Affatto ancor nel piano e lento motoNon si risente il cavalier ferito:Pur fievolmente geme, e quinci è notoChe'l suo corso vital non è finito.Ma l'altro corpo tacito ed immotoDimostra ben che n'è lo spirto uscito.Così portati e l'uno e l'altro appresso,Ma in differente stanza alfine è messo.D IV

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