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T. 2 (1771)
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CANTO DUODECIMO.XLI.Rasserenando il volto, alfin gli dice:Quella fe seguirò che vera or parmi:Che tu col latte già della nutriceSugger mi festi, e che vuoi dubbia or farmi:Nè per temenza lascerò (nè liceA magnanimo cor) l'impresa e l'armi.Non se la morte, nel più fier sembianteChe sgomenti i mortali, avessi innante.XLII.Poscia il consola: e perchè il tempo giungeCh'ella deve ad effetto il vanto porre;Parte, e con quel guerrier si ricongiungeChe si vuol seco al gran periglio esporre.Con lor s'aduna Ismeno, e instiga e pungeQuella virtù che per se stessa corre:E lor porge di zolfo e di bitumiDue palle, e in cavo rame ascosi lumi.XLIII.Escon notturni, e piani, e per lo colleUniti vanno a passo lungo e spesso;Tanto che a quella parte ove s'estolleLa machina nemica omai son presso.Lor s'infiamman gli spirti, e 'l cor ne bolle,Nè può tutto capir dentro a se stesso.Gl'invita al foco, al sangue un fero sdegno.Grida la guardia, e lor dimanda il segno.

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