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T. 1 (1771)
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CANTO DECIMO.LXV.Ella d'un parlar dolce, e d'un bel risoTemprava altrui cibo mortale e rio.Or, mentre ancor ciascuno a mensa assisoBeve con lungo incendio un lungo oblio,Sorse, e disse: or qui riedo; e con un visoRitornò poi non sì tranquillo e pio.Con una man picciola verga scuote:Tien l'altra un libro, e legge in basse note.LXVI.Legge la Maga: ed io pensiero e vogliaSento mutar, mutar vita ed albergo.(Strana virtù!) novo piacer m' invoglia:Salto nell' acqua, e mi vi tuffo e immergo.Non so come ogni gamba entro s'accoglia:Come l'un braccio e l'altro entri nel tergo.M' accorcio, e stringo: e su la pelle cresceSquammoso il cuojo, e d'uom son fatto un pesce.LXVII.Così ciascun degli altri anco fu volto,E guizzò meco in quel vivace argento.Quale allor mi foss'io, come di stoltoVano e torbido sogno, or men rammento.Piacquele alfin tornarci il proprio volto:Ma tra la maraviglia e lo spaventoMuti eravam; quando, turbata in vista,In tal guisa minaccia e ne contrista: