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T. 1 (1771)
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CANTO DECIMO.XLI.Ma si conviene a te, cui fatto il corsoDelle cose e de' tempi han sì prudente,Impor colà de' tuoi consiglj il morso,Dove costui se ne trascorre ardente:Librar la speme del lontan soccorsoCol periglio vicino, anzi presente:E con l'arme, e con l'impeto nemicoI tuoi novi ripari, e 'l muro antico.XLII.Noi (se lece a me dir quel ch'io ne sento)Siamo in forte città di sito, e d'arte;Ma di machine grande e violentoApparato si fa dall'altra parte.Quel che sarà non sò: spero, e paventoI giudizj incertissimi di Marte:E temo che s'a noi più fia ristrettoL'assedio, alfin di cibo avrem difetto.XLIII.Perocchè quegli armenti, e quelle biadeCh'jeri tu ricettasti entro le mura,Mentre nel campo a insanguinar le spadeS' attendea solo (e fu somma ventura)Picciol' esca a gran fame, ampia cittadeNutrir mal ponno, se l'assedio dura:E forza è pur che duri, ancorchè vegnaL'oste d'Egitto il dì ch'ella disegna.

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