A SILVIA.
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poco conosciuta, e interesse ch’io ne prendeva, come di tutti imorti aiovani, in quello aspettar la morte per me.
E altrove, delle giovinette in generale (“ NuovaAntologia „ del 16 gemi. 1898):
Una giovane dai 16 ai 18 anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti,nelle sue voci, un non so che di divino, che niente può aggua-gliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra omalinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta ; quel fiorepurissimo, intatto, freschissimo di gioventù; quella speranzavergine, incolume che si legge sul viso e negli atti, e che voinel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d'innocenzae d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti;quel fiore, insomma, anche senza innamorarvi, anche senza inte-ressarvi, fanno in voi un’impressione cosi viva, così profonda,cosi ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; edio non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarcil’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idead’angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, ripeto,senza innamorarci, senza muoverci desiderio di possedere quel-l'oggetto. La stessa divinità, che noi vi scorgiamo, ce ne rendei:i certo modo alieni, ce lo fa riguardare come di una sferadivina o superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare. Delresto, se a quel che ho detto nel vedere e contemplare unagiovane di 16 o 18 anni, si aggiunga il pensiero dei patimenti chel’aspettano, delle sventure che vanno ad oscurare e spegnereben tosto quella pura gioia, della vanità di quelle care speranze,della indicibile fugacità di quel fiore, di quello stato, di quellabellezza; si aggiunga il ritorno sopra noi medesimi, e quindiun sentimento di compassione per quell’ angelo di felicità, pernoi, per la sorto umana, per la vita (tutte cose che non possonomancare di venire alla monto), ne segue un all’etto il più vagoe il più sublime che possa immaginarsi.
Nerina e Silvia, disse già da par suo il De Sanetis( N. s. cr., 508 ss.), “ sono il tipo più accentualo delledonne sparenti. La loro vita è un sogno, un fanLasmaindefinito e muto, fuggente, fluttuante. I nostri antichirappresentavano la donna anche cosi, considerandola vita come il velo o l’apparenza del divino o del-l’angelico, come il raggio tremulo e sparente dellavita eterna e fissa. Scorporavano, idealizzavano lavita, cercavano nelfumano il divino. Innanzi a Leo-