CANTI.
Ond’io quasi me stesso e il mondo obblioSedendo immoto; e già mi par che sciolteGiacciali le membra mie, nè spirto o sensoPiù le commova, e lor quiete anticaCo’ silenzi del loco si confonda.
Amore, amore, assai lungi volastiDal petto mio, che fu sì caldo un giorno,Anzi rovente. Con sua fredda manoLo strinse la sciaura, e in ghiaccio è vóltoNel fior degli anni. Mi sovvien del tempoChe mi scendesti in seno. Era quel dolceE irrevocabil tempo, allor che s’apreAl guardo giovanil questa infeliceScena del mondo, e gli sorride in vistaDi paradiso. Al garzoncello il coreDi vergine speranza e di desioBalza nel petto; e già s’accinge all’opraDi questa vita come a danza o giocoIl misero mortai. Ma non sì tosto,
Amor, di te m’accorsi, e il viver mioFortuna avea già rotto, ed a questi occhiNon altro convenia che il pianger sempre.Pur se talvolta per le piagge apriche,
Su la tacita aurora o quando al soleBrillano i tetti e i poggi e le campagne,Scontro di vaga donzellata il viso;
O qualor nella placida quieteD’estiva notte, il vagabondo passoDi rincontro alle ville soffermando,
L’erma terra contemplo, e di fanciullaChe all’opre di sua man la notte aggiungeOdo sonar nelle romite stanzeL’arguto canto; a palpitar si moveQuesto mio cor di sasso: ahi, ma ritornaTosto al ferreo sopor; eh’è. fatto estranoOgni moto soave al petto mio.
O cara luna, al cui tranquillo raggioDanzan le lepri nelle selve; e duolsiAlla mattina il cacciatoi’, che trovaL’orine intricate e false, e dai covili